Milano, Social Media Week 2013

Nokia presenta: fotografia e mobile, oggi tutti possono essere fotografi.

Questo il panel che ho seguito durante la Social Media Week 2013 a Milano.
La discussione è iniziata con un dubbio: forse questo titolo andava concluso con un punto di domanda, piuttosto che con un punto fermo, ed è proprio la riflessione che vorrei fare qui.

Social Media Week 2013, Milano

Certamente sono cambiati i mezzi, probabilmente la tecnica, ma chiediamoci se poi è questa la discriminante.

Ricordo un aneddoto uscito dal cilindro della mia prof di storia dell’arte del liceo (curioso come certi flashback riaffiorino inaspettati) che ci aveva raccontato come Picasso, accusato di disegnare come un bambino, rispose prendendo carta e matita e senza proferire parola imbastì uno studio di mani da levare ogni dubbio (oltre che il fiato).

Ora il povero sprovveduto che il fiato ce l’aveva da sprecare forse ignorava che non avrebbe potuto fare complimento migliore al pittore spagnolo, ma il buon vecchio Pablo, che proprio anima pia non era, la sua bella soddisfazione se l’è tolta rispondendo con lo stesso registro.
E’ anche per questo che il personaggio mi piace troppo.

Tutto sto preambolo per dire che vanno bene le attrezzature e vanno bene le teorie, resta il fatto che il genio non è in vendita.
Non puoi comprare le mani di Picasso e non puoi comprare l’occhio di McCurry, non ce n’è.

Tutti possono essere fotografi, quindi?

No, vivaddio!
Però tutti possono scattare.

Ogni giorno vengono condivisi 5 milioni di fotografie su Instagram, e circa 300 milioni su Facebook.

I nuovi strumenti permettono a chiunque di avvicinarsi ad un mondo che spesso prima era troppo lontano: diciamocelo chiaro, una reflex come si deve non è alla portata di ogni tasca, uno smartphone costa molto meno.

I nuovi strumenti permettono ai grandi di percorrere strade non ancora battute: non avevo mai considerato con troppa attenzione l’idea che in realtà una macchina possa costituire un filtro o addirittura essere una barriera tra chi fotografa e chi è fotografato, ma in effetti è proprio così.

A tale proposito ho molto apprezzato l’intervento di Ruben Salvadori (tenetelo d’occhio, che secondo me lo sentiremo ancora), fotografo di professione, sì, fotografo, non “telefonista” del week end, che spiegava come in certi reportage dal sentore più intimo è importante evitare di sbattere un obiettivo in faccia al soggetto se lo si vuole mettere a suo agio, che altrimenti come puoi pretendere ti regali un pezzo  della sua anima.

Ma qui forse sconfiniamo nell’antropologia.

In ogni caso, non è che si deve per forza arrivare all’estremo del cellulare (tipo di reportage che in Italia tra l’altro non ha ancora mercato, ma mi sono segnata dei nomi: prometto che posterò i link dei loro lavori perché mi hanno impressionata), sicuramente però va fatta una riflessione sul mezzo, che tale deve rimanere e nulla più, ma forse tante volte ce lo dimentichiamo e tendiamo a trasformarlo in un pretesto.

Giusto per essere chiari, non è che tutti i giorni a Malaga nasce un pittore, ma i colori sono sempre in vendita e a fare qualche scarabocchio senza pretese non si fa del male a nessuno.

Good night Milano :)

BIT2013: le mie impressioni semiserie a caldo

Diverse persone mi hanno chiesto nelle ultime ore com’è stata la BIT quest’anno, la risposta è sempre quella: un po’ deludente, poco movimento.

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Io ci sono stata di sabato, primo giorno di apertura al pubblico, e mi ricordo che fino ad un paio di anni fa se volevi vedere qualcosa dovevi farti largo tra la folla a sportellate; ieri niente di tutto ciò, francamente.

Questo però non vuol dire che non ci sia stata la possibilità di fare un po’ di quell’human watching che a me diverte troppo.

Ecco quindi per voi le mie imperdibili considerazioni tecniche su espositori e viandanti.

ESPOSITORI – LE MENZIONI SPECIALI

Il premio per il più casinista va ai ragazzi di Cuba, che hanno imbastito un vero e proprio ballo di gruppo fuori dallo stand.
Voto 10 al marasma che sono riusciti a creare.

Cuba!

Il premio eleganza va ai tangueros argentini, che si libravano leggeri in uno stand affollato più che altro perché offriva comodi posti a sedere.
Voto 8 alla capacità di dribblare il visitatore.

Il premio miglior sorriso va alle ragazze dell’Ethiopia, che se le vedevano quelli degli stand del turismo dentale le rapivano come testimonial.
Voto 9 alla resistenza dei muscoli facciali.

Il premio ragazzi yeah va ai mezzi surfisti delle Baleari e alle loro facce di plastica a caccia di adolescenti da incantare con scenari notturni apocalittici.
Voto 7 al gel che reggeva le pettinature.

Il premio finchè ce n’è va agli espositori della Grecia, che in barba alla crisi se la mangiavano e bevevano allegramente, rimpinzando anche i passanti.
Voto 9 all’Ouzo, che personalmente detesto, ma che a quanto pare metteva allegria.

stands

VIANDANTI – FENOMENOLOGIA DI CHI PASSA

Di seguito le mie personalissime considerazione sui tipi umani nei quali mi sono imbattuta per qualche ora: in sostanza, che viaggiatori ci sono alla BIT?

Coppie di ragazzi che sognano il viaggio di nozze: puntano solo le mete altrimenti impossibili, sognando all inclusive all’insegna di welcome cocktail con ombrellino d’ordinanza. Sono gli stessi che trovi in metropolitana e lui non ha la minima idea di dove andare, così si affida a lei che legge tutti i cartelli, pubblicità comprese, sperando di imbroccarla giusta.

Pensionati alla caccia della crociera: questi sono felici a prescindere perché in pensione ci sono arrivati, così si aggirano alla ricerca di qualche nave che li scorrazzi possibilmente nel Mediterraneo quando non fa troppo freddo. Sono gli stessi che si bevono l’Ouzo allo stand della Grecia.

Quelli che cercano un gadget o del cibo: in realtà del viaggio non gliene frega poi molto, l’obiettivo della giornata è quello di tornare a casa con qualche cianfrusaglia da non utilizzare mai e con la pancia piena senza dover fare la coda al bar. Ammiro la costanza che mettono nell’impresa, nonché la dedizione.

Gruppi di adolescenti che per un week end scelgono un posto alternativo per farsi due vasche, che magari qualcosa di buono ci salta pure fuori. Sono gli stessi che si fanno affabulare dai ragazzi delle Baleari e che fanno la coda per un Camogli all’ora di pranzo, che anche se non siamo per strada ci sta sempre bene.

I forzati del trolley pieno di depliant, che si trascinano stoicamente l’ingombrante fardello. Magari poi non andranno da nessuna parte, ma chi vi dice che il loro viaggio non sia già questo?
Il che per me è solo motivo di ammirazione.

Questo è quello che ho trovato, non so che ne pensate, ma sarei curiosa di scoprirlo!

E a dire il vero ho trovato anche una bellissima mostra fotografica, “I luoghi oscurati”, che mi ha fatto morire d’invidia come sempre quando ho a che fare con scatti dell’altro mondo (e qui parlo di occhio e soggetti), ma questo è un altro paio di maniche!

I luoghi oscurati

“Mauritius was made first, and then heaven; and that heaven was copied after Mauritius.”

Dopo qualche settimana in mezzo alla terra rossa ho sentito il bisogno di darmi una ripulita prima di buttarmi in una delle città più belle del mondo (presente quelle mamme che dicono ai bimbi di sistemarsi prima di uscire, che altrimenti sai la figura? Ecco).

Credo che questo sia un buon modo, cambiando continente per qualche giorno e lasciando che siano le foto a parlare (magari insieme alla suggestione di Twain, e del suo “Following the equator”: questi sì che sono diari di viaggio, mica dilettanti).

Perchè Mauritius? Perchè in realtà ci sto lavorando anche con le parole: ovvio senza troppe pretese, visti i predecessori.
Ma non qui e non adesso.

Per ora buon relax, che Sydney attende e conviene presentarsi con la cera migliore!

Per la gallery, clicca qui.

“Mai rassegnarsi ad una vita di quieta disperazione” [Thoreau]

Quello di oggi è un post di getto e non c’entra proprio niente, ma va bene uguale.

Riflessioni in ordine sparso sul concetto di equilibrio?
Può essere.

Ci sono giornate che frullano e fanno perdere la centratura (quanto mi piace sta parola), meno male; quando senti dire che la vita è come una bicicletta e che per starci sopra ti devi muovere, non è che dicono stronzate.
Einstein ne avrà anche dette di stronzate, glielo auguro, ma questa della bici vale quanto eugualeemmecidue e magari gli hanno anche dato del pirla.
Forse non sapevano andare in bici.

Personalmente, questa cosa dell’equilibrio dinamico mi affascina non poco, quindi lascio fare.

Il trucco sta nell’indossare la miglior faccia da schiaffi una volta che il frullatore si ferma (sì, tanto quando sei dentro chi ti vede, vale la pena godersela) e poi andare via con nonchalance e con quel paio di domande che un po’ prudono; le risposte arriveranno dopo.

E’ bello tornare a casa e chiudere tutto l’arsenale di fuori: la ferraglia pesa e dà fastidio.
E’ bello stare finalmente per i fatti tuoi e capire che la vita, a permetterglielo, è qualcosa che ti passa dentro con furore facendo dei casini bestiali, ogni maledetto giorno.

Strano mix di razionalità, incoscienza, fiducia, che poi uno mette insieme come gli pare.

Razionalità perché dai, è chiaro che i conti col lato pratico dell’esistere bisogna farli: non vivendo sotto lo stesso tetto di Hansel & Gretel (se lo sono mangiato), i piedi nella terra vanno tenuti e se posso scegliere, senza scarpe, che mi piace troppo.

Incoscienza perché con quale altra faccia si può guardare l’ignoto?
Ho letto che per fare un passo avanti bisogna per forza perdere l’equilibrio almeno per un attimo: bingo.
E’ un po’ come abbandonare l’attrezzatura che ci portiamo appresso per provare a prenderne di nuova lungo la strada; il rischio è quello di non trovarne nemmeno a noleggio, vero, ma a disfarsi del vecchio non sempre si fa peccato.

Fiducia nell’incoscienza.
Alla soglia dei trentuno mi fido del mio lato fuori di testa molto più che di quello razionale: mi ha strappato di dosso il grembiulino bianco e mi ha trascinata in casini che metà sarebbero anche bastati, ma quanta attrezzatura abbiamo raccolto per strada insieme!
E quanta ne abbiamo buttata, appunto.

E adesso sono qui che penso a quanto sia idiota incazzarsi per cose di cui alla fine te ne frega zero, ma penso anche che fa parte del gioco, perché senza incazzatura questa sera non mi sarei fermata un po’ di più coi miei pensieri (carini loro, a reclamarmi in questo modo).

E’ bello perché ti scopri che dentro bruci e che fuori scotti.
Ed è bello perché vai a letto con questa cosa addosso che ti obbligherà a svegliarti ogni mattina con lo stesso entusiasmo del primo giorno di scuola, e con la convinzione che sarà una giornata meravigliosa.
Come si fa a sapere?
La risposta è banale, e come tutte le cose banali, complicatissima.
La meraviglia non aspetta lì fuori, si nasconde; si nasconde nell’occhio che usi per guardare, ma una volta che la becchi…beh, è amore per tutta la vita.