Nyepi, quando è tempo di fare silenzio.

Sul Nyepi, che pare tanto una bizzarria balinese, avevo già fatto un accenno veloce in questo post; direi che è arrivato il momento giusto per spendere qualche parola in più, visto che…il Nyepi è proprio oggi

Partiamo dal significato: Nyepi vuol dire “silenzio”. 

Offerings @Candidasa temple

Quella del Nyepi è una ricorrenza indù osservata a Bali, con la quale si celebra l’inizio dell’anno nuovo (il calendario balinese è una faccenda terribilmente complicata, prendiamola per buona così com’è e non ci avventuriamo oltre, vi prego).
In questo giorno è assolutamente vietato fare qualsiasi cosa.

E’ vietato lavorare (questa è dura, in effetti), ascoltare musica, accendere la luce quando diventa buio; è vietato viaggiare, con qualsiasi mezzo: anche l’aeroporto è chiuso, non si alza un aereo, men che meno ne arrivano da fuori.

I cosiddetti integralisti, chiamiamoli così, neanche parlano.

Non si può andare in giro per strada nemmeno a piedi, che se ti becca la Pecalang (la polizia del Nyepi) non è carino.

Va a finire che in questo giorno si è praticamente obbligati a stare con se stessi e ad ascoltarsi un po’ più del solito, che per come la vedo io non è affatto male, anzi.

Vi starete chiedendo il perché di quella che sembra quasi una follia: in effetti una logica c’è, che non è che si fanno le cose a caso.
Precisiamo però che stiamo parlando di logica balinese, quindi dell’altro mondo, anche se devo dire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che in questa logica mi ci ritrovo molto di più che in quella occidentale.

Comunque.

Il silenzio serve ad ingannare gli spiriti maligni, che è meglio iniziare l’anno senza averli tra i piedi; questi vedono che l’isola è deserta e quindi non possono fare altro che andarsene, ovvio.

A pensarci bene, l’atmosfera dev’essere di quelle da alba del giorno dopo.

C’è però da precisare che il balinese non se ne sta lì zitto e al buio nel suo angolino ad aspettare di far fesso il demone, diciamo che si porta anche avanti nel lavoro; è per questo che la notte che precede il Nyepi è attraversata da parate e rituali, oltre che dagli ogoh-ogoh: grandi fantocci dalle sembianze demoniache, appunto, costruiti per essere bruciati, in modo tale da favorire la dipartita dei maligni in una sorta di esorcismo.
Va bene nascondersi, ma non senza aver messo un po’ di quella roba addosso agli scocciatori, eh.

Quindi il marasma prima della quiete (ve l’ho detto che nell’altro emisfero le cose funzionano al contrario).

Ogoh-ogoh parade from worldislandparadise.com

Oppure semplice equilibrio, come dice Terry; infilata nella zucca ho una delle sue frasi che credo mi porterò appresso fino quando rimarranno giusto i vermi a farmi compagnia (scusate, sto leggendo di nuovo Lansdale e un po’ mi condiziona): “everything is balance”.

Verissimo, toccato con mano.

Ma a proposito di Terry e dell’ashram di cui tanto ho parlato (e di cui tanto parlo tuttora a chi suo malgrado mi deve sopportare), voglio chiudere con un link dove questa cosa dell’equilibrio e dei rituali viene spiegata molto meglio di come posso fare io; è Terry a parlare, e anche Rudi (altra vecchia conoscenza).

Non so se vi farà lo stesso effetto, ma per quanto mi riguarda, se mentre leggo stacco la spina, riesco a vedere la spiaggia, a sentire l’incenso, e pure il rumore delle foglie che abbaiano al vento come un cagnetto un po’ rognoso.

Sunset @ashram beach

Riesco a sentire quell’atmosfera che mi ha circondata per un mese intero e che mi attira di nuovo senza mai stancarsi, quella che tra pochi mesi non avrò bisogno di staccare la spina, perché ce l’avrò lì ancora tutta intorno.

Buon Nyepi a tutti.

Bali, 2nd gallery: Water

Ora come ora mi rifiuto di pensare all’acqua che ci porterà l’inverno, preferisco ricordare quella che ho “preso” quest’estate!

In questa nuova pagina.

Cooking Bali _ Something Salty

Avevamo lasciato in sospeso qualcosa di salato, e di molto speziato: vediamo di onorare la promessa! 

Dico subito che non esiste un ricettario ufficiale che sia valido per tutta l’isola: ho avuto modo di rendermi conto in prima persona che, alla fine, ogni ristorante, warung, o famiglia hanno il proprio segreto, spesso custodito gelosamente.

Parlerò quindi di quello che ho visto fare, per come l’ho visto fare (e per come l’ho assaggiato!) , ben sapendo che in un qualsiasi altro posto, anche quello più vicino, lo stesso piatto può avere gusto e sembianze decisamente diversi

I membri dell’ashram sono vegetariani, quindi…niente carne! Quella che ho assaggiato, l’ho assaggiata durante le mie sortite, ma in questo modo ho scoperto il tempe, del quale mi sono innamorata! 

A differenza del tofu, che già conoscevo e che tuttora non mi entusiasma particolarmente, il tempe mi ha letteralmente conquistata (indovinate a chi proponevano il bis quando avanzava?), tant’è che me ne sono presa un po’ anche da portare a casa. 

Per dovere di cronaca preciso che si tratta di una sorta di tortino di germogli di soia fermentati, composto in panetti che vengono venduti ancora tiepidi e avvolti in foglie di banano, come l’ho trovato al mercato, oppure confezionati sottovuoto nella loro versione da supermercato, ovvero: l’altra faccia del progresso. 

Il tempe viene tagliato a fette, lasciato marinare in acqua tiepida e poi fatto saltare in padella in diversi modi: semplicemente con olio, o con l’aggiunta di cipolla, pomodoro e zucchero di canna, per esempio: accostamento all’apparenza estremo, ma assolutamente squisito! 

Generalmente utilizzavo il tempe come “forchetta” per raccogliere il riso, che annegavo nel sambal

Eh, il sambal … è una salsa, più o meno piccante, che ho imparato a mettere ovunque: le nostre cuoche cercavano di trattenersi, ma quando chiedevamo “more chili” le loro espressioni si allargavano in sorrisi da ricordare, e allora sì che ci andavano pesante.

Eccezionale!

Preparata con pomodori, aglio (chi non lo ama si rassegni: è ovunque), cipolla, peperoncino e zenzero, ho già detto che è eccezionale? Anche sulle uova sode! 

Una cucina che si accomoda nel solco della tradizione sfrutta i prodotti che offre la terra, e a Bali, la terra è generosa di arachidi, oltre che di riso: le noccioline entrano di prepotenza in tantissime preparazioni. 

Cito di rappresentanza il famosissimo gado gado, mix di verdure, generalmente fagiolini e germogli di soia, condite con la famigerata peanut sauce: una sorta di “pesto” di arachidi, fatto con aglio (ve l’avevo detto), zenzero e latte di cocco.

Le verdure vengono cotte a parte, e la salsa aggiunta alla fine. 

Il gado gado si mangia coi krupuk, che i balinesi chiamano anche crackers, senza stare a fare troppe distinzioni, e che sono molto simili a quelle che noi conosciamo come nuvole di drago; a base di farina di riso, ce ne sono di gusti diversi, dai gamberi, al maiale: non proprio leggerissimi, ma difficili da abbandonare, una volta che se ne fa la conoscenza. 

Comunque scrivere certi post è pericolosissimo: mi è venuta una fame pazzesca! E mi è tornata in mente una delle cose più buone che ho assaggiato durante il mio mese sotto l’equatore: la frittata di papaya.

Come dice Wenten, “simple, simple, only mix young papaya and egg: simple!”

Il problema da noi è trovare la young papaya, ma ci si può provare, perché poi grattuggiata e mischiata all’uovo sbattuto è pura poesia, davvero.

A Bali l’impasto veniva racchiuso in foglie di banano e cucinato al forno, che ovviamente non era un forno elettrico, ma alimentato con la brace, e indovinate brace di che? 

Di gusci di noci di cocco: tutto un altro aroma per il cibo! 

Con questo metodo venivano cotti anche il pesce, per esempio, e il tofu: ci si ritrovava così con misteriosi pacchettini nei piatti, e la curiosità di scoprirne il contenuto faceva solo aumentare l’acquolina in bocca! 

Chiudo la rapida carrellata di meraviglie con un piccolo mattoncino che però va assaggiato: il babi guling, balzato agli onori delle cronache internazionali come suckling pig.

Come suggerisce il nome, si tratta di maiale arrosto, cotto per diverse ore (per certi versi può ricordare il porceddu della nostra Sardegna!) e molto speziato, ma questo che lo dico a fare!

E’ possibile scegliere tra diversi tagli, il più gettonato è lo spesial, e viene servito con riso, verdure, cotenne, salsiccia piccante, e carne fritta

Dico solo che quando ho pranzato col babi guling, ho cenato con una lattina di coca cola. 

Il Babi Guling da Ibu Oka 2

Dove trovarlo? Praticamente ovunque sull’isola, ma se devo fare un nome, che sia il top, quindi “Ibu Oka”: a Ubud il locale storico, sempre affollatissimo, e qualche chilometro più in là, a Peliatan, il locale nuovo, decisamente più grande (e più vivibile, aggiungerei).

Piccoli warung crescono, insomma: neanche il maiale sfugge al potere del marketing. 

Concluderò la trilogia culinaria col prossimo post, dedicato alla “Bali da bere”: ammetto che inizialmente non avevo previsto l’argomento, ma… potevo tralasciarlo?

Che domande!