Gili: forse qui si può dire di avere delle isole negli occhi.

Il viaggio verso le isole Gili inizia nel traffico incanalato in direzione Padang Bai; carovane di camion trasportano roccia e sabbia vulcanica verso la parte occidentale dell’isola: sono i materiali dell’edilizia balinese, di qui il colore plumbeo della maggior parte di edifici e templi.

Credevo che la traversata dell’andata fosse per stomaci forti, o alla peggio vuoti, fino a quando non ho avuto a che fare col viaggio di ritorno: 80 interminabili minuti per mare, durante ai quali ho sentito colare tra le tempie una sensazione molto vicina al panico, e durante i quali ho più volte visto l’orizzonte di traverso (voglio precisare che non è una metafora: la bagnarola si divertiva a travestirsi da offshore. In queste situazioni, o si ritrova la fede, o la si affossa definitivamente sotto una montagna di improperi).

Ma lasciamoci alle spalle la parentesi di terrore, perchè le Gili sono state ben altro, e i 10 anni di vita che ho lasciato sulla strada per raggiungerle sono stati ben spesi.

Quando dici Gili, ti guardano, ridacchiano, e ti chiedono “Magic mushrooms?”
Anche no, prenderei strade diverse, se per voi va bene!

Sto parlando di tre isolette al largo di Lombok, probabilmente dimenticate anche dal dio dei viaggiatori (credits ai Modena per la citazione colta); per dormire mi sono scelta la più “grande” Trawangan, altrimenti detta party island, dove la vita ha la cadenza del reggae che tanto adoro (Bob, Peter, Jimmy, c’erano tutti!), e certamente più adatta a chi viaggia in solitaria e non vuole tagliarsi completamente fuori dall’universo: lasciamo le sorelle minori a coppie e famiglie.

Mai come in questa situazione ho avuto la conferma che è la persona che lo vive a fare di un posto quello che realmente è, non l’etichetta che gli viene in genere affibbiata; non nego che tra tropical moon, mojito e horizontal lounge mi sono data il mio bel da fare, ma i momenti in cui Gili T mi ha rivelato tutto il suo fascino erano le mattine, quando, strani personaggi a parte, i più dormivano, e l’unica compagnia erano lo schiocco della risacca e il tintinnio dei campanelli dei cidomo (sono selvatica, alla fine, che ci posso fare).

I cidomo sono dei carretti di legno trainati da un cavallo, che ti sfilano per strada ad ogni ora, unici mezzi di trasporto su queste isole, insieme alle biciclette: niente motori (se ci andate durante il Ramadan, ci pensa il muezzin a fare casino di notte).

Un posto come questo va vissuto almeno una volta nella vita: qui davvero ti fai un’idea di come il mondo possa nascondere delle perle rare nei suoi giochi di prestigio, qui vedi che nonostante tutto quello che hai già visto, ti mancherà sempre qualcosa da scoprire, che magari non sapevi nemmeno esistesse.

Che isole.
Anche loro, terre d’incontri.

Paolo, qui in vacanza come me, ha lasciato Genova a cavallo dei suoi 25 anni, e fa il pizzaiolo a Sydney per raccogliere i soldi per il visto studentesco: in Australia costa una follia, ma lui lì ci vuole stare per sempre, e l’unico modo è passare il famigerato esame di lingua. Intanto divide l’appartamento in periferia con altri sette sciammanati come lui, e dice che è un gran casino.
E che ci sta da dio.

Angelo, che alle Gili si è trasferito definitivamente anni fa, per aprire quel villaggio dove ho dormito tre notti.
Anche lui di Genova (pare quasi una colonia), ha piazzato sulla sua spiaggia la bandiera della Samp, e mi ha rinfacciato lo scippo di Pazzini; è un vulcano, non ci sono altre parole per definirlo.

Con Angelo ci rivedremo a Legian, nella Bali dell’ovest, quella più turistica e più busy, come dicono qui: mi sono aggregata a lui e a suo figlio per un paio di giorni tra shopping, mare e qualche cosa da vedere; per convincermi (non che ci abbia messo molto) mi ha promesso la miglior cena balinese della mia vacanza: potevo resistere?

Vedremo se millanta, o se sarà in grado di competere con quelle delle prime settimane: la lotta è dura, ma per la sfida c’è sempre posto (nello stomaco anche, purtroppo).

Pasir Putih

Pasir Putih è ormai chiamata da tutti White sand Beach (che poi è semplicemente la traduzione inglese del nome originale), vale a dire una delle più belle spiagge del sud di Bali, che sta a 7km da quella che ormai chiamo casa: sono privilegi!

Lunedì di relax su una spiaggia che di white ormai ha ben poco; mi spiegava Anom, il mio driver di turno (che avrete modo di conoscere più avanti), che con l’ultima eruzione del 1963 il vulcano si è divertito a schizzare di nero tutto il litorale orientale di Bali: il risultato è di quelli di tutto rispetto, la sabbia crea dei giochi di colore favolosi.

Arrivo presto la mattina, ed è una fortuna, perchè così ho modo di sbirciare i rituali per ingraziarsi l’oceano, prima che la spiaggia si riempia di persone; le donne  arrivano con in testa i vassoi delle offerte: piccoli cestelli fatti con foglie di palma o banano, pieni di fiori, e incensi da bruciare.

Ne seguo una (chiedendo il permesso, si sa mai!)

La signora appoggia a terra i cestelli, in fila ordinata, e li spruzza con dell’acqua contenuta in un piccolo vaso, la stessa acqua che poi si lascia cadere sulla testa, e sulla fronte, prima di accendere l’incenso e sollevare le mani giunte davanti agli occhi chiusi, mormorando il mantra del mattino.

Ascolto e osservo in silenzio, fino a quando l’ultima onda si trascina via l’offerta, e la preghiera finisce. La signora si alza, raccoglie il suo vassoio ormai vuoto, e mi dice: “Massage?”

Ma come?!?

Fine della poesia, inizia la giornata, senza massaggio però, grazie!

Mi affitto (che poi affitto è un parolone) un lettino con ombrellone da uno dei warung qui sulla spiaggia e mi impiastro di crema: la mattina è di quelle gonfie di sole.

Il resto è tutto relax: bagno, libri, fotografie e chiacchiere col proprietario del warung, che ogni tanto viene a fumarsi una sigaretta sul mio lettino e mi racconta un po’ delle sue giornate soffiando il fumo dalla fessura extralarge che ha tra gli incisivi macchiati di tabacco: scopro che ha qualche anno più di me, e che è uno dei fortunati che può vantare un’attività propria, nonostante la giovane età.

Mi chiede se ho voglia di pranzare, ma fa troppo caldo, preferirei un gelato: mi sorride, e agli angoli degli occhi si evidenziano delle rughe profonde, disegni del sole su una pelle già di cuoio “Qui non c’è elettricità, c’è solo il gas, non ho il gelato! Se vuoi ti friggo qualche gamberone.”

Oh.

No, grazie, sarò blasfema, ma io il pesce proprio non lo reggo! Mi guarda incredulo: non pensava esistessero esemplari del genere nella specie umana.

Chiudiamo la trattativa con una Coca Cola: per il momento pare un buon compromesso.

Nel pomeriggio mi lascio tentare dal solito venditore di carabattole, e mi lascio affascinare dallo stesso xilofono conosciuto nelle risaie: stavolta a suonare è un uomo anziano, potrebbe essere mio nonno.

Mi fa una gran tenerezza il modo in cui si porta lo strumento sulle spalle, sotto il sole. Chiedo anche a lui il permesso per una fotografia: accordato, mi costa due conchiglie; si siede vicino a me, mentre mi perdo nel mio libro.

Il sole tramonta presto, da queste parti: siamo giusto a uno sgambetto dall’equatore, che vuol dire 12 ore di luce al giorno, per tutto l’anno; se prima delle sei del mattino è già chiaro, dopo le cinque del pomeriggio si fa sera.

E’ ora di andare.

Nel cielo ancora gli aquiloni di un paio di ragazzi che passeggiano su quel chilometro circa di sabbia meticcia, mentre saluto e vado da Anom: è tornato a prendermi, per riportarmi a casa.