Sydney sulle cartoline: Circular Quay, tra giardino botanico e Opera House

Chiudiamo su Sydney con la parte della città più…iconica, passatemi il termine, quella che se dici Sydney subito scatta il collegamento.

Opera House

Sto parlando del Circular Quay.
Proprio così, e adesso arrivo anche all’icona.

Il distretto del Circular Quay è attraversato da una bellissima camminata che passa per il giardino botanico e l’Opera House, fino ad arrivare sotto l’Harbour Bridge e quindi nei Rocks; da qui in poi è letteratura.

Io me la sono fatta a piedi da Kings Cross: Coca Cola gigante alle spalle, ho attraversato Hyde Park per poi finire dritta nel giardino botanico, che tanto basta puntare verso l’oceano e non ci si perde.

Botanic Garden

Nel giardino botanico invece ci si può perdere eccome, impossibile non rimanerne affascinanti, e lo dice una che di verde è patita quel tanto che serve per stendere un fico d’india (non è una cosa proprio da dilettanti, ma ci sono riuscita).

Il giardino botanico è una distesa di 30 ettari che corre lungo l’oceano e che regala scorci sulla baia assolutamente da immortalare; l’ingresso è gratuito, ma tenete d’occhio l’orario di chiusura (varia a seconda delle stagioni): se rimanete bloccati dentro non vi resterà che confidare nella misericordia di un ranger che vi venga a liberare!

Help me rangers!!!

Lasciato il giardino alle spalle, ci si ritrova al cospetto di quello che è uno degli edifici più famosi del mondo, l’Opera House; frutto del genio di un talento danese sconosciuto ai più (me compresa), Jorn Utzon, l’Opera House sboccia letteralmente su un braccio di terraferma che si allunga verso l’oceano, catturando lo sguardo di chiunque la incrocia.

Opera House from Circular Quay

Una dritta se la volete visitare anche all’interno: non fate come la sottoscritta, prima di prenotare un tour (non ci si entra a piede libero) informatevi sull’attività dell’orchestra sinfonica; sì, perché se l’orchestra sta registrando non vi sarà dato il permesso di accedere alla sala principale, che senza dubbio costituisce gran parte dello spettacolo.

Come faccio a saperlo?

Inside Opera House

Va bene sbagliare a prendere il biglietto e farsi un tour “mutilato”, ma sbagliare una seconda volta  standosene zitti diventa masochismo, quindi, dopo aver perorato la causa del povero pellegrino che viene dall’Europa e chissà quando ci ritorna da queste parti, ecco spuntare magicamente altri biglietti per un tour del pomeriggio, stavolta completo.

E gratuito, ovviamente.

Italian people! Senza vergogna.
(Beh, un po’ sì.)

L’ultima sull’Opera House è per dire che la ragazza è una che si fa capire anche da lontano: se quando la guardi di notte la vedi in abito da cerimonia, rivestita delle sue luci colorate, è perché c’è qualche spettacolo da quelle parti; se invece si mette in scarpe da ginnastica con la sua luce bianca come felpa, beh, lasciamola riposare, che la fama mette a dura prova chiunque, e ogni tanto pure lei ha il diritto di godersi un po’ di calma.

E ammiriamola da lontano.

Tonight Relax

Sydney: due spiagge da sogno e una cena tra le nuvole.

Una delle tante cose che mi ha colpita di Sydney è l’acqua del porto: in genere ci si aspetta le peggio cose da certi ambientini, ma per il Nuovo Galles del Sud questa regola non vale, evidentemente.
Io nell’acqua del porto di Sydney ci avrei fatto il bagno!

Potete quindi immaginarvi come sono messe le spiagge: dei paradisi tropicali a portata d’ufficio.
Dico a portata d’ufficio perché più di una volta mi è capitato di vedere attorno alle 16.30/17.00 impiegati in giacca e cravatta che salutavano le scrivanie con la loro tavola sotto al braccio e si infilavano tra le strade che iniziavano a popolarsi della sera.

E’ questo che si intende quando si dice che ad una città non manca niente, e Sydney ha davvero tutto.

Ci si potrebbe fare un blog sulle spiagge di Sydney, mi limiterò a dare un flash sulle due che più mi hanno colpita, lascio poi tutto il resto alla curiosità di ciascuno.

Mi pare quindi d’obbligo partire da Bondi Beach, ci sono alternative?
Probabilmente di Sydney è la spiaggia per eccellenza, sicuramente la più conosciuta.

Bondi beach

Ci si arriva in autobus, passando in mezzo a case con l’aria un po’ british e sfilando oltre la Bondi Junction: casomai vi dovesse assalire un’irrefrenabile voglia di shopping, fate tappa qui che risolvete il problema!

On the way to Bondi beach

Arrivati a destinazione sarete accolti da nugoli di surfisti, skaters e patiti dell’abbronzatura, in un fornitissimo campionario di tipi umani; quando ci sono stata io c’era pure Babbo Natale e vi garantisco che trovarselo davanti quando si è in costume alle prese con una lattina ghiacciata fa il suo certo effetto.

Non faccio cenno ai colori lì attorno, che tanto ci siamo già capiti.

Se abbandoniamo la periferia est della città e ci spostiamo a nord finiamo dalle parti di Manly.

Manly di fatto è una penisola, ci si può arrivare via terra o si può tagliare passando per la baia, comodamente seduti su un traghetto (si parte dal Circular Quay), che poi è quello che ho fatto io.

Manly wharf

A onor del vero, il mio viaggio tanto comodo non lo è stato, che le onde si sono prese qualche libertà, ma niente di tragico c’è da ammettere; fatto sta che una volta arrivati a destinazione, quanto a spiagge c’è l’imbarazzo della scelta: da quelle che si affacciano sbruffone sull’oceano a quelle che si rifugiano nella baia, tanto vicine quanto diverse.

A beach in Manly

Ma io a Manly ci sono andata soprattutto per un motivo: il traghetto del ritorno.

Già, ho preso quello delle 18.55 e il tramonto australe mi ha regalato uno skyline da cartolina, di quelli che appenderesti il sole con un filo su nel cielo perché aspetti ancora un po’ ad andare giù.

Back to downtown

E’ in momenti come questi che uno alla fine si consola con una cena ad alta quota, che vuoi farci.

Sopra la Sydney Tower, a circa trecento metri d’altezza, c’è il “360 Bar and Dining”, un ristorante panoramico di quelli che ruotano, casomai ad un certo punto ci si dovesse stancare della vista.

Sydney from the top

Beh, qui mi sono goduta la città dall’alto con un bel calice di Shiraz e un filetto d’angus che hanno dato una gran mano a quella poesia che colava giù oltre i vetri, fin nei riflessi dell’acqua là nel porto.

Shiraz always helps

Sydney: di monorotaie e acquari. Imbarco a Darling Harbour.

Il nostro giro di questa settimana inizia a Darling Harbour, a ovest del centro. 

Darling Harbour

Quando sono sbucata da queste parti, la prima sensazione è stata quella di essere finita dentro un grosso luna park, e visto l’amore che in genere coltivo per posti del genere, l’entusiasmo non era proprio alle stelle, ma non sono una che si perde troppo d’animo. 

Harbourside

Darling Harbour è una delle aree più commerciali di Sydney, coi suoi negozi e i centri congressi; inizialmente parte integrante del porto della città, si è via via emancipata e imbellettata, o forse sarebbe meglio dire (ma qui è un azzardo mio) travestita.

In ogni caso poco importa ora, quello che conta è il motivo per cui ci sono andata: l’acquario

Stars are blue downunder

All’acquario ho passato una buona mezza giornata, e chi se l’aspettava: in effetti è una vera e propria cittadina, estremamente affascinante tra l’altro. 

Bites

Passi tra le vasche gonfie di colori dei pesci della Grande Barriera Corallina, con nanerottoli che appiccicano il naso al vetro alla disperata ricerca di Nemo, pure loro; ti ritrovi a guardare dall’alto in basso (e qui non è questione di supponenza, ma banalmente di struttura) coccodrilli e alligatori dal rassicurante morso metallico e poi finisci in mezzo agli squali

Watch your step in crocos area!

Detta così, finisci, pare anche brutta, ma in un certo senso è vera: le vasche di questi animali sono organizzate in gallerie e corridoi da infilarcisi,  che quando uno si ritrova con questi bestioni sopra la testa non può fare a meno di chiedersi “e se adesso crolla tutto?”.

Under the shark Sfido chiunque sia stato là sotto a dire di non essere stato sfiorato da questo pensiero. 

In ogni caso garantisco che vale la pena di lasciarsi sfiorare: le strane sensazioni che si assaggiano lì sono di quelle che poi ci si porta appresso per un bel po’. 

Sharks @Sydney aquarium

Ho lasciato Darling Harbour a bordo della mitica Monorail, una monorotaia che da qui arriva fino al centro della città passando per Chinatown, in un anello che ci vuole circa un quarto d’ora a girarlo tutto: io l’ho fatto perché era troppo divertente, vorrai mica scendere prima.

Non si fa. 

Sydney Monorail

Mi sono messa comoda e ho guardato un pezzo di città dall’alto, che ogni tanto cambiare prospettiva è solo un bene. 

Sydney from the Monorail

Segnalo lungo questo percorso al confine col folklore il Chinese Garden of Friendship, a quanto dicono uno dei più bei giardini cinesi al di fuori dell’Asia, abitato da cascate, teahouse e piante esotiche, costruito attorno al principio taoista dello Yin e dello Yang

Se poi proseguite nel percorso vi accorgerete che siete finiti ad Hyde Park, magari in tempo per una partitina a scacchi su larga scala, che con le pedine da ‘ste parti ci sono andati pesanti; a questo punto ritornate verso Kings Cross (a piedi, tanto si parla di dieci minuti) per una birra prima di cena al nostro caro vecchio e polveroso O’ Malley’s

E poi per cena?

Ve lo dico settimana prossima, così ne approfitto anche per raccontare di un paio di spiagge che non sembra neanche di stare in città!

Un primo sguardo a Sydney: The Rocks, tra pirati e filibustieri.

Eravamo rimasti dietro la porta un po’ sbilenca del nostro caro O’ Malley’s, ora sarà il caso di mettere il naso fuori e se non vi spiace partirei dal quartiere della città che più mi ha intrigata.
Sì, direi che il termine giusto è proprio questo.

Partiamo dai Rocks, quindi.

The Rocks

Quella dei Rocks è la zona a ridosso del porto, nei pressi dell’Harbour Bridge, per intenderci; è una delle parti più antiche della città, dove sbarcavano i detenuti spediti all’altro mondo, che alla fine qui ci rimanevano per fare bisboccia; chissà cosa doveva essere questo posto i secoli scorsi: taverne fumose e voci rauche di fumo e alcool che tagliavano le notti di un emisfero lontano.

Harbour Bridge from The Rocks

Per non parlare dell’andirivieni di marinai e portuali: quando la città non è capace di stare troppo ferma.

I Rocks sono un intrico di viuzze strette e strade senza sbocco contornate da palazzi in pietra che hanno conservato il loro fascino originario; qui pare di respirare un po’ l’aria della vecchia Europa: contrasto col resto della città che è inutile negare un po’ disorienta.

Walking around The Rocks

E’ tra gli anfratti dei Rocks che si annidano i locali più vecchi di Sydney, con la loro buona dosa di polvere e di moquette calpestata, dove se ti concentri per un secondo mentre bevi la tua birra al bancone e chiudi gli occhi, pare quasi di sentire le imprecazioni di Capitan Uncino, che Peter Pan l’ha fregato anche stavolta.

Oldest pub in Sydney

Dove il sabato c’è il mercato, con oggetti che si prendono con la forza una buona dose di attenzione, dove ci sono botteghe di artigiani che incantano col loro lavoro e chi sa resistere, dove ci sono librerie coi titoli più strani e caffè con menù dalla spiccata fantasia.

Io qui un paio di sere ci ho cenato, una al “The Rocks Cafe”, e devo dire che anche se ero sul punto di scoppiare, un dolce alla fine c’è stato lo stesso, che proprio non si poteva dire di no, la gola.

Just a little piece of cake

I Rocks li puoi guardare dall’alto, se sali sull’Harbour Bridge (beh, a quel punto vale la pena buttare un occhio anche alla baia, che l’Opera House ha sempre il suo perché), o li puoi vedere di notte, magari facendo uno dei cosiddetti tour dei fantasmi, dove le storie di pirati, filibustieri e vecchi marinai vengono raccontate alla luce di una lanterna mentre ci si infila tra le vie silenziose.

Senza fare troppo rumore, eh, che altrimenti quelli sentono.

Up the bridge