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Milano – Candidasa fanno 28 ore

Scrivo dal patio di quella che per un mese sarà la mia casa, col vento che va a dar fastidio all’oceano; il ragazzo si vendica con sputazzi di schiuma bianca, che si arrampicano a spezzare il blu tutto attorno: intraprendente.

Ma andiamo con ordine, questa è un’altra storia.

Adesso voglio parlare del viaggio.

Non racconterò di aeroporti, check in, scali e attese.
Parlerò di volti, quelli che ho incontrato nelle ultime 28 ore.

Non me ne vogliano i cugini rossoneri, ma il primo volto è quello di Julio, il portierone: per sempre nei nostri cuori! Ottimo inizio, non potevo non menzionarlo.

Altro volto, anzi, volti: quelli dei due ragazzi in viaggio di nozze, sul volo per Abu Dhabi, che hanno condiviso con me la pena inflitta dal mio ingombrante vicino col suo russare: semplicemente scandaloso, non c’è da stupirsi se ogni tanto mi scappava qualche gomitata (ops! Sorry!) che lo svegliava, lasciandolo con un’espressione inebetita per qualche minuto. Tregua per le nostre orecchie prima del nuovo massacro.

La coppia, dicevo.

Due ragazzi siciliani che volano verso la Malesia, primo viaggio intercontinentale per loro, preparatissimo; negli occhi l’entusiasmo per una destinazione paradisiaca, insieme ad un po’ di timore per la lontananza da casa, tenuto a bada in qualche modo dalla meticolosità del tour operator. Parlano di escursioni organizzate, si chiedono se riusciranno a mangiare qualcosa, e si sono riempiti la borsa di fermenti…
Se penso al mio, di viaggio di nozze…zaino in spalla e guida degli ostelli: probabilmente non sono troppo normale, ma l’Australia me la sono gustata fino al midollo (e senza fermenti).

L’altra faccia della Malesia l’ho scoperta con Andrea, ad Abu Dhabi, in attesa dei rispettivi voli: lui ha deciso di viverci là, e il suo racconto fatto di gente, posti, colori e soprattutto odori (nel senso di puzze, non di incensi) non lo trovi da nessuna parte, neanche sulla Lonely Planet (sacrilegio!!!).
Giusto Salgari può essere d’aiuto in questi casi.
Il problema con Andrea è che mi ha fatto venire voglia di aggiungere una meta in più alla mia wishlist, sempre più lunga, meglio non pensarci, adesso sono qui.

Il viso di Ryan, rosso per il sole, l’ho trovato a Jakarta, anche lui in attesa del volo per Bali: Ryan viaggia verso Kuta, col barrel negli occhi, la tavola nella stiva e un paio di infradito di gomma che hanno solo metà suola. Ha i capelli arruffati e un chiodo fisso: il surf; di tutto il resto, come dice lui, “IDGAF”, non gliene frega niente (tradotto un po’ più in francese, per gli occhi perbene che mi leggono!). Quanto mi sono mancati, questi australiani, meravigliosi nel loro vivere easy (e non è delle ciabatte che parlo).
Ne incontrerò parecchi da queste parti; alla fine, da Brisbane (Ryan docet) sono solo 4 ore di volo.

C’è poi un ultimo volto, quello di Gusde, il mitico driver balinese che mi ha accompagnata all’ashram, ma lui si merita un post tutto suo!

La chiamano anche “isola degli dei”

Impegnativo come appellativo, niente da dire.

Bali, la destinazione che ho “sentito”, come dicevo; uno magari si chiede anche il perché.

Perché Bali è un’anomalia: è l’unica isola hindu dello stato musulmano più esteso al mondo, l’Indonesia, che di isole ne ha circa 18.000: se non è essere pecora nera questo, beh, allora non so proprio cosa lo possa essere. 

A Bali le persone fanno volare gli aquiloni per comunicare con gli dei, usano enormi foglie di banano per ripararsi dalla pioggia che le sorprende nelle risaie, fanno il bagno a bordo strada perché credono di essere invisibili mentre si lavano (sì, avete letto bene, questa cosa me l’hanno detta più persone, e mi hanno detto di non farci caso…!!!); a Bali la magia nera è ancora considerata una forza potente, a Bali vengono eseguite almeno una dozzina di danze sacre, ma nonostante questo, la festa più importante è quella del Nyepi: il giorno del silenzio. 

Bellissimo. 

Durante il Nyepi tutta l’isola si ferma per 24 ore: gli aerei non volano, i mezzi di trasporto non circolano, non si possono accendere fuochi, usare elettrodomestici, nemmeno girare per strada, niente.

Perché?

Che domande: per ingannare gli spiriti malvagi, facendogli credere che l’isola è stata abbandonata, no?

Sono strani questi balinesi, che hanno un calendario di 210 giorni, e che si limano i denti per il matrimonio. 

Con queste premesse, potevo accontentarmi di andare in un hotel o in un villaggio? Non credo proprio, mi sarei persa il sapore dell’isola.

Ecco perché ho scelto un ashram

Premetto che non ho nessuna intenzione di convertirmi ad alcun credo, ho solo voglia di stare in mezzo alla gentequellavera, e di dargli una mano per quello in cui si spende. Starò all’ashram Gandhi, a Candidasa, in quella che è indicata come Bali orientale: pronta a fotografare la prima alba! 

Sarà quindi una vacanza, perché almeno 3/4 giorni la settimana girerò per l’isola (anzi, le isole: farò un salto alle Gili, imperdibili per chi passa di qui), la bombarderò di foto, e so già che mi comprerò una quantità imbarazzante di ricordi per me, per la mia casa, e anche per chi a casa mi ci aspetta! 

Ma sarà anche qualcosa di più, perché per il tempo restante, oltre a darmi allo yoga con Kawidana a giorni alterni (farò sapere come va, chissà se resisto: i miei tentativi passati sono tutti miseramente falliti), aiuterò i membri dell’ashram nel loro progetto di scolarizzazione delle zone rurali lì attorno, nella loro clinica di agopuntura, o a zappare l’orto, alla peggio! 

Mi sono proposta anche di dare una mano in cucina: voglio portarmi a casa i segreti delle ricette indonesiane: niente di meglio che rubarli sul posto! 

Detto ciò, direi che ormai ci siamo: la marca da bollo per il passaporto l’ho presa, il visto si fa all’arrivo, e in valigia butto qualcosa di comodo (beh, anche un paio di tacchi, va: non si sa mai!).

Devo giusto decidere che libri portare per farmi compagnia, ma ho ancora qualche giorno, e nomi di tutto rispetto su cui contare: cado comunque in piedi!