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Pasir Putih

Pasir Putih è ormai chiamata da tutti White sand Beach (che poi è semplicemente la traduzione inglese del nome originale), vale a dire una delle più belle spiagge del sud di Bali, che sta a 7km da quella che ormai chiamo casa: sono privilegi!

Lunedì di relax su una spiaggia che di white ormai ha ben poco; mi spiegava Anom, il mio driver di turno (che avrete modo di conoscere più avanti), che con l’ultima eruzione del 1963 il vulcano si è divertito a schizzare di nero tutto il litorale orientale di Bali: il risultato è di quelli di tutto rispetto, la sabbia crea dei giochi di colore favolosi.

Arrivo presto la mattina, ed è una fortuna, perchè così ho modo di sbirciare i rituali per ingraziarsi l’oceano, prima che la spiaggia si riempia di persone; le donne  arrivano con in testa i vassoi delle offerte: piccoli cestelli fatti con foglie di palma o banano, pieni di fiori, e incensi da bruciare.

Ne seguo una (chiedendo il permesso, si sa mai!)

La signora appoggia a terra i cestelli, in fila ordinata, e li spruzza con dell’acqua contenuta in un piccolo vaso, la stessa acqua che poi si lascia cadere sulla testa, e sulla fronte, prima di accendere l’incenso e sollevare le mani giunte davanti agli occhi chiusi, mormorando il mantra del mattino.

Ascolto e osservo in silenzio, fino a quando l’ultima onda si trascina via l’offerta, e la preghiera finisce. La signora si alza, raccoglie il suo vassoio ormai vuoto, e mi dice: “Massage?”

Ma come?!?

Fine della poesia, inizia la giornata, senza massaggio però, grazie!

Mi affitto (che poi affitto è un parolone) un lettino con ombrellone da uno dei warung qui sulla spiaggia e mi impiastro di crema: la mattina è di quelle gonfie di sole.

Il resto è tutto relax: bagno, libri, fotografie e chiacchiere col proprietario del warung, che ogni tanto viene a fumarsi una sigaretta sul mio lettino e mi racconta un po’ delle sue giornate soffiando il fumo dalla fessura extralarge che ha tra gli incisivi macchiati di tabacco: scopro che ha qualche anno più di me, e che è uno dei fortunati che può vantare un’attività propria, nonostante la giovane età.

Mi chiede se ho voglia di pranzare, ma fa troppo caldo, preferirei un gelato: mi sorride, e agli angoli degli occhi si evidenziano delle rughe profonde, disegni del sole su una pelle già di cuoio “Qui non c’è elettricità, c’è solo il gas, non ho il gelato! Se vuoi ti friggo qualche gamberone.”

Oh.

No, grazie, sarò blasfema, ma io il pesce proprio non lo reggo! Mi guarda incredulo: non pensava esistessero esemplari del genere nella specie umana.

Chiudiamo la trattativa con una Coca Cola: per il momento pare un buon compromesso.

Nel pomeriggio mi lascio tentare dal solito venditore di carabattole, e mi lascio affascinare dallo stesso xilofono conosciuto nelle risaie: stavolta a suonare è un uomo anziano, potrebbe essere mio nonno.

Mi fa una gran tenerezza il modo in cui si porta lo strumento sulle spalle, sotto il sole. Chiedo anche a lui il permesso per una fotografia: accordato, mi costa due conchiglie; si siede vicino a me, mentre mi perdo nel mio libro.

Il sole tramonta presto, da queste parti: siamo giusto a uno sgambetto dall’equatore, che vuol dire 12 ore di luce al giorno, per tutto l’anno; se prima delle sei del mattino è già chiaro, dopo le cinque del pomeriggio si fa sera.

E’ ora di andare.

Nel cielo ancora gli aquiloni di un paio di ragazzi che passeggiano su quel chilometro circa di sabbia meticcia, mentre saluto e vado da Anom: è tornato a prendermi, per riportarmi a casa.

Mi chiamo Gusde, che è un po’ come dire buongiorno.

Si presenta proprio così, tendendomi la mano: semplicemente meraviglioso, col suo sorriso a sessanta denti, senza esagerare.

Gusde mi aspetta agli arrivi internazionali, tra una selva di cartelloni di ogni tipo: il volto patinato dell’isola, con i suoi tour operator.

Per andare all’ashram ci mettiamo circa un’ora e mezza, gonfia di chicche di chi l’isola la vive da circa 40/45 anni (a vederlo, l’età sembra questa).

Gusde ha studiato all’ashram, come tanti qui nella zona di Candidasa; di professione driver e guida, passa la vita sulla strada (a volte dormendo in macchina), e i viaggi dall’aeroporto all’ashram sono quasi tutti a carico suo: lui qui è di casa, è rimasto legato a queste persone, anche quando la scuola l’ha finita e si è buttato nella vita vera.

Qui tutti ritornano, in un modo o nell’altro, e inizio a capire il perchè.

Quando arriviamo, Gusde si ferma un po’ a strimpellare la chitarra, mentre conosco Rudy, il figlio del fondatore della comunità, che vive in Australia, ma che torna qui due mesi l’anno per i tanto attesi yoga retreat (sto giro, oltre a Kawidana, che è qui in pianta fissa, c’è anche un insegnante olandese, avrà 30 anni circa: niente male!).

Ma torniamo a Gusde.
Si infila nel traffico strombazzando alla selva di scooter che affollano la carregiata “Questi vanno a Kuta, dopo la deviazione spariscono tutti.”
Meno male, direi.

Inizio a chiedergli un po’ di informazioni, e lui non si risparmia: gli brillano gli occhi quando racconta, e non sono le luci del traffico, è l’orgoglio di sentirsi parte di qualcosa che si ama, e si rispetta.

Grazie a lui imparo che a Bali esistono due tipi di spiaggia: le “male beach” e le “female beach”, sì, maschio e femmina; i maschi sono dotati di sabbia nera (qui i vulcani non mancano), che sprofonda nell’oceano a pochi metri dalla riva, le femmine invece hanno la sabbia bianca, che prima di arrendersi all’acqua si spinge almeno 200/300mt oltre la costa: questa giuro che mi mancava!

Passiamo davanti ad un gruppo di persone intente a trafficare con fascine di legno, e mi spiega che stanno preparando una Badee, una pira, per un funerale che si svolgerà l’indomani; quella delle pire è un’usanza che si sta un po’ perdendo, perchè molto costosa “i balinesi non usano i soldi per vivere bene, ma per morire bene”, mi dice “ma adesso tanti si fanno cremare: più veloce ed economico”. Fatto sta che la Badee è una cosa impressionante, sarà stata alta circa 20mt, e pensare che poi la devono anche spostare a mano (in genere ci vuole una trentina di persone) sul luogo del funerale: pare brutto costruirla direttamente al posto giusto.

L’occasione gli dà l’aggancio per parlare di templi, e di induismo; lo ascolto affascinata: noi occidentali certi entusiasmi li abbiamo persi, io per prima, forse li diamo un po’ troppo per scontati.

Non sto a fare tutta la storia ora, diventerebbe lunga, mi limiterò a riportare la cosa che più mi ha colpita: i templi sono organizzati in “livelli”, stabiliti in base alla territorialità, al bacino di persone che vanno a coinvolgere; al livello più intimo, più raccolto, c’è il cosiddetto “family temple”, il tempio di famiglia, dove ogni componente si deve recare a pregare o a fare un’offerta almeno una volta ogni due settimane (del calendario balinese, non le nostre: adesso che ci penso però non ho chiesto a quanto corrispondono. Disastro!).

Chiedo se in questo modo uno non si senta troppo vincolato, anche fisicamente, ma Gusde mi dice che si può sempre costruire una specie di simulacro da portarsi appresso: la cosa importante è non mancare l’appuntamento, perchè qui a Bali “everybody knows where he comes from”.

Non credo ci sia bisogno di commentare questa frase, è bellissima di suo: mi rimbalza nella testa ancora adesso!