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SAN FRANCISCO UNDERGROUND parte 1: otto cose che le guide non dicono.

Questo è il primo di tre post californiani: gran parte del merito va al mio ragazzo preferito, mio fratello, che a San Francisco ci ha vissuto per più di un anno e che appena può ci torna, che non sta troppo distante.

Haight Ashbury, San Francisco

Io a San Francisco ci sono stata solo qualche giorno, tanto è bastato per farmi fregare da questa città (senza offesa, eh, ma è andata proprio così), dove, l’ho già detto, ci vivrei.

Forse perché ho avuto la fortuna di scoprirla con una guida d’eccezione?
Sicuramente questa è una cosa che ha fatto la differenza e qui sotto provo a spiegare come, in otto punti al di fuori delle guide tradizionali.

Sì, non vi aspettate Golden Gate, Lombard Street e i soliti noti, che nel caso state leggendo il post sbagliato: quelle son faccende che lascio alle guide, le raccontano molto meglio, qui ci divertiamo ad occuparci di qualcosa di diverso.

SAN FRANCISCO CITY GUIDES

Si tratta di un’organizzazione no profit sponsorizzata dalla San Francisco Public Library, che organizza gratuitamente tour di carattere storico o, perché no, alla scoperta delle diverse architetture; chi vuole può contribuire alla causa lasciando un’offerta, ma niente è dovuto.

La cosa bella è che questi tour sono guidati dagli abitanti stessi dei diversi quartieri (per quanto mi riguarda, la regola numero 1 è sempre la stessa: ask a local, non importa dove) col risultato di imperdibili racconti sui vari aneddoti successi proprio dove in quel momento magari stai passando, o di consigli molto pratici su dove mangiare, che cosa mangiare, dove fare acquisti e dove invece lasciar stare che è meglio!

I tour sono di quartiere (North Beach, Castro: Tales of the Village, Fisherman’s Wharf: A Hidden History, giusto per citarne qualcuno), ma anche tematici (“Gold Rush City”, “Alfred Hitchcock’s San Francisco”, “Sacred Places In San Francisco”) e davvero non hanno prezzo, ma non perchè sono gratis.

Castro, San Francisco

NORTH BEACH

North Beach è il quartiere italiano, non è una spiaggia, diciamolo subito! Lo riconosci perchè il tricolore ti guarda sfacciato da ogni benedetto lampione: si sa che noi della penisola per diventare patrioti dobbiamo emigrare, che all’estero siamo una gran bella squadra, mentre in casa basta un campanile a distribuire le casacche.

E’ una delle zone della città maggiormente presa d’assalto dai turisti, ma nonostante questo ha saputo tenersi stretta qualche chicca e allora perché non condividerla (così infestiamo pure quella e non ci pensiamo più!)

Parlando di cucina (eh, è il quartiere italiano!) da non perdere:

Liguria Bakery, dove la focaccia è genovese per davvero, casomai aveste nostalgia dei sapori di casa, che ad essere in giro da un po’ ogni tanto capita e io lo so bene;

XoX Truffles, di cui Gabriele (sì, è il mio ormai famoso fratello) dice “probabilmente i migliori tartufi di cioccolato della città, fatti a mano uno per uno” e lui è uno che di dolci ci capisce, avrà preso dalla sorella maggiore;

Graffeo Coffee, una torrefazione a conduzione familiare.

Per saziare la fame d’arte segnaliamo invece  il Beach Blanket Babylon, ovvero “the longest running musical revue in theatre history”, che offre satira di eventi socio-politici, americani e non, sottoforma di musical, che di ‘sti tempi il materiale davvero non manca e conviene riderci sopra ogni tanto.

TIN HOW TEMPLE

Si tratta di un tempio buddista nascosto in Chinatown, il classico gioiellino.

Chinatown, San Frncisco

Lascio subito l’indirizzo, che è facile che sfugga mentre si passa in quelle vie variopinte di odori e schiamazzi: 125 Waverly Pl, tra Washington e Clay Street.
Probabilmente in altre parti del mondo un balcone del genere sarebbe sufficientemente vistoso, ma garantisco che qui passa quasi inosservato, quindi occhi aperti e naso all’insù.

Quando lo avvistate, non lasciatevi scoraggiare da quello che sembra l’ingresso di una normale abitazione, spingete il portone e salite le scale: arrivati al primo piano sicuramente rimarrete meravigliati per quello che troverete davanti ai vostri occhi.

Sarà che io a Chinatown ci sono stata che l’acqua crollava a secchiate da un cielo grigio cupo, lucidando le tettoie e riempiendo le orecchie dell’instancabile rumore della pioggia.

Sarà, ma entrati qui dentro, in una nuvola d’incenso profumato, sotto la luce tremolante delle lanterne che muovevano quell’aria un po’ rossiccia, sembrava quasi di cambiare dimensione, come se tutto si fosse ammutolito, con il solo rumore del sorriso senza denti di una vecchia signora seduta poco più in là, ad armeggiare con le offerte fatte a quella famosa speranza che alla fine, per fortuna, non manca mai per davvero.
E che non ha religione.

Photo Credits: ©giovamag
Photo Credits: ©giovamag

E questo era l’inizio del nostro giro, spero di avervi incuriositi almeno un po’. Settimana prossima vediamo dove ci porterà ancora Gabriele!

Sydney: sotto il segno di San Patrizio.

Landing in SydneyA Sydney ci sono arrivata con le scarpe rosse di polvere del deserto e con qualche buco rimediato durante la scarpinata al Kings Canyon, ma che ci vuoi fare.

+1,5 ore rispetto al Red Centre: bizzarri i fusi australiani, davvero da impazzirci.

Credo che ci vorrà più di un post per cercare di spiegare perché in questa città io ci vivrei (e ripeto che questa cosa l’ho detta solo qui e a San Francisco, ragazza difficile, lo so), ma vedremo che ne esce.

Da dove partiamo… partiamo da dove ho dormito, che ho la calamita per certi posti e tante volte son fortune.

Sydney City Map da www.makkamappa.com

La zona è quella di Kings Cross, quartiere che la Lonely Planet definisce “elegante e squallido, suggestivo e sordido […] mai noioso”, e l’albergo non è un albergo, ma un pub irlandese che di nome fa O’ Malley’s (http://www.omalleyshotel.com.au/ rel=”nofollow” ).

L’O’ Malley’s si trova proprio sotto il maxi cartellone della Coca Cola (mi sono accorta di non averlo fotografato da vicino, non me ne vogliate, sono errori di gioventù) che è diventato uno dei simboli della città senza nulla togliere all’Opera House, sia chiaro, è che qui parliamo di simboli più underground, meno istituzionali.

Quelli che ci piacciono insomma.

Kings Cross

Il primo incontro col nostro pub è di quelli all’insegna dello scetticismo, che va bene tutto, ma con l’atmosfera polverosa della remota Irlanda mi calca un po’ la mano, come pure con gli arredi vintage dal vago sentore di tarma, ma non badiamoci troppo, siamo a Sydney.

Con tutto quest’entusiasmo salgo le scale di legno che si lamentano sotto le mie suole malridotte per entrare in camera a liberarmi del bagaglio; apro la porta e noto che tutte le promesse fatte fin dal piano terra vengono mantenute, ma siamo sportivi.

E’ in questo momento di massima rassegnazione che finalmente a mani libere ruoto la bacchetta delle veneziane, almeno un po’ ci si vede che non è il caso di accendere la luce a quest’ora, e mi innamoro della cara vecchia terra di San Patrizio con tutto il suo pulviscolo a mezz’aria: una vista del genere non è il regalo di un dilettante.

This is the view!

Vedi tu cosa si nasconde nei posti più impensati.

Dell’O’ Malley’s ricordo con affetto anche quella che ho ribattezzato come la “cameriera rottweiler”, simpatica vietnamita che più che portare il caffè la mattina lo scaraventava direttamente sul tavolo con quello che sembrava quasi un grugnito, che probabilmente la tua presenza la irritava, ma tocca sopportare.

Ricordo anche la caciara alticcia fino a tarda ora, quando anche la musica dal vivo ormai taceva, che gli avventori, si sa, si attardano, e ricordo una specie di fagotto informe arrotolato sul marciapiede fuori dalla porta una mattina che si era attardato un po’ troppo evidentemente, ma con la Guinness si sa che non ci si discute poi molto quando è lei a  prendere in mano la situazione.

E tutto questo compreso nel prezzo della stanza, che non è da tutti.
Quando tornerò a Sydney dormirò ancora qui, garantito.

Vintage room with a girl

La prossima settimana inizio a raccontare anche quello che c’è oltre la porta che un po’ cigola, tra i quartieri della città.