Ajmer sufismo cabiria magni

Sufismo, ovvero: l’India che non metti in conto

Sono partita per l’India affascinata da tutte le storie indù che di tanto in tanto mi diverto a leggere come si fa col peggiore degli Harmony, e parlo con tutto il rispetto del caso (non per gli Harmony, eh), poi è finita che mi sono ritrovata alle prese col sufismo, che fino ad un paio di mesi fa conoscevo giusto la parola.

Ajmer sufismo cabiria magni
Ajmer, folla di pellegrini all’ingresso del santuario.

C’è ancora bisogno di dire che viaggiare spiazza?
Beh, ormai l’ho detto, quindi andiamo avanti.

Uno parte con un’idea mistica dell’induismo che spesso è frutto, bisogna ammetterlo, di convinzioni figlie di una qualche moda occidentale, e poi rimane colpito dall’islam, che ce l’ha sotto casa e in genere lo calcola ben poco: forse non è abbastanza lontano (mi rendo conto che io in questo giochetto alle volte ci casco).

Bene.

Stavolta più che mai, mi sono imbattuta in un induismo farcito di pratiche meccaniche e di rituali da ripetere a memoria, e un po’ male ci sono rimasta, confesso.
Ma com’è che si dice in questi casi?
Che non è giusto fare di ogni erba un fascio ed è vero, sicuramente esistono bellissime realtà che dei gesti meccanici se ne fregano.

Ma questo spazio è per i sufi e l’ho già presa troppo alla larga.

Il sufismo viene definito come la corrente mistica dell’Islam, una disciplina che affonda sì le radici nel Corano, ma che prende anche spunto da tematiche greche neoplatoniche, persiane e pure indù, appunto.

Entrare in un santuario sufi è una di quelle cose che davvero leva le parole di bocca, e fa stare imbambolati con una certa faccia da ebete a fare compagnia.
Ecco, io quella faccia l’ho indossata un paio di volte insieme al cappuccio della mia felpa, perché in questi posti si entra rigorosamente a capo coperto, tant’è che all’ingresso hanno provato a vendermene di ogni, che di facce occidentali da quelle parti non se ne vedono troppe e allora perché non rifilare un bellissimo zucchetto in plastica o la pashmina della vita?

Credo di non sbagliare se dico che quelle due sono state le esperienze che mi hanno toccata di più in tutto il mio viaggio in India.

Delhi, sufismo, Cabiria Magni
Dargah of Hazrat Nizam-ud-din, Delhi

La prima ad Ajmer, enclave musulmana del Rajasthan, che se chiedi ad un driver di portartici ti guarda come se fossi impazzito e ti dice di no, che è meglio non cercar rogne (per fortuna, se così possiamo chiamarla, il mio driver non era troppo sgamato su quella zona, quindi non ha battuto ciglio alla richiesta bislacca), al santuario di Khwaja Muin-ud-din Chisth, una delle più importanti mete di pellegrinaggio dei musulmani d’India, e la seconda a Delhi, al Dargah of Hazrat Nizam-ud-din, altro santuario, non troppo distante dalla zona centrale di New Delhi, nei pressi del Jaipur Gate e del Lodi Garden (del Lodi Garden mi piacerebbe parlare a breve, per favore ricordatemelo se faccio passare troppo tempo!).

In entrambi i casi mi ha colpita l’impatto con la folla, di quelli che sembrava di andare ad infrangersi contro un muro di cemento armato, da quant’era densa la concentrazione di persone: pareva andassero a riempire ogni buco e non è stata solo una questione di presenza fisica, anzi.

Persone che pregavano sedute per terra, persone che ascoltavano il qawwali, il canto di preghiera che i monaci intonano al tramonto, il giovedì e nei giorni festivi.

Persone che compravano offerte o che compravano monili e sciarpe, perché entrare in un santuario sufi è come entrare in una città: c’è la moschea, in alcuni casi la tomba del santo (come ad Ajmer), ma ci sono anche negozi e bancarelle, vie e piazze.

Ajmer, sufismo, Cabiria Magni
Santuario di Khwaja Muin-ud-din Chisthi, Ajmer

Persone che giravano dentro i loro vestiti migliori scattando foto col cellulare e mendicanti che dal bordo del viottolo tendevano la mano.

Alla fine di uno di quei viottoli, a Delhi, ho visto quella che per me è stata in assoluto la scena più forte, la mia fotografia più bella, non scattata.

La scena di un ragazzo che avrà avuto la mia età, di quei ragazzoni che è facile che ti giri e dici “Ah, però!”, che si piegava a lasciare del cibo al primo mendicante della fila, il più anziano, toccandogli i piedi in segno di rispetto (capita spesso di vedere questa cosa) e ringraziando il vecchio per averlo lasciato fare, che per lui pareva essere una benedizione oltre che un grande onore.

Ecco, io uno sguardo così riconoscente in vita mia non l’ho visto mai, ed era lo sguardo di una persona che aveva appena dato qualcosa, ma che si era resa perfettamente conto di aver ricevuto in realtà molto di più: son consapevolezze più uniche che rare.

Dopo quella scena sono tornata sulla strada felice (e un po’ invidiosa), e non c’entrava nulla il fatto che fosse giovedì, e il qawwali si stava divertendo a tirar tardi con quel cielo che si stava per infilare il vestito da sera.
Non c’entrava proprio nulla.

40 pensieri su “Sufismo, ovvero: l’India che non metti in conto”

  1. ecco, del santuario di ajmer ricordo anche io la folla, lo schiacciamento, i gesti ipnotici, ripetuti, rigidi eppure così caotici. Ricordi molto simili ai tuoi… che però ho potuto confrontare anche con la processione dell’Ashura a Jaipur, simile eppure molto diversa.

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    1. L’Ashura è una di quelle esperienze che vorrei fare, e che ti invidio (in senso buono, eh!).
      Quel santuario mi ha davvero spiazzata, io dell’India avevo tutt’altra immagine, e invece..:)

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  2. Strano è come uno parta per certi luoghi pieno di aspettative, magari ha letto così tanto da convincersi di conoscere ogni singolo arco di un tempio. Eppure, quello che ti colpisce non è sempre quello che vedi, ma quello che senti. Perchè spesso si guarda con gli occhi da occidentale ed entrare in contatto con alcune realtà diventa quasi impossibile. Per me che ci sono passato, è stata un’esperienza disarmante; ti ritrovi a percorrere corridoi angusti pieni di mendicanti che tutto cercano fuorchè compassione (una dignità che davvero pochi possono vantare). E a due centimetri da loro, gente con smartphone e reflex a fotografare una tomba, con lo stesso sentimento che si può provare durante una festa di paese. E i luoghi, a dirla tutta, di “festa del paese” hanno davvero tutto, addobbi e colori compresi. Perdi la bussola e ti rendi conto che non riesci a capire. Ci metti un po’ a comprendere che la realtà è proprio questa, che questi posti (giusto chiamarli paesi, sono immensi e vivi) bisogna accettarli così come sono, con la stessa umiltà del mendicante ma con la curiosità del fotografo amatoriale indiano.

    Bel pezzo Cabiria, i tuoi occhi hanno davvero poco di occidentale – altrimenti certe cose non le avresti colte.

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    1. Grazie Raffaele! Mi hai fatto il complimento più bello 🙂
      Tu che c’eri sai bene di che parlo, e vedo che ti ha fatto più o meno lo stesso effetto.
      Questi posti sono come un “concentrato d’India”, passami il termine, luoghi in cui si vive all’ennesima potenza quello che si sente girando per il Subcontinente.
      Delle belle botte, ma quanto fanno bene!

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      1. Direi che fanno benissimo! E se almeno un’altra persona le ha vissute con il mio stesso stato d’animo, allora vuol dire che sono emozioni reali.
        Sono certo che ne vivrai anche tu qualche altro concentrato, continua a raccontarli come sai, non ti riesce poi così male :-p

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    1. Grazie a te Luca!
      E il grazie è doppio perché mi pare di aver intuito che io e te su questi argomenti siamo sulla stessa lunghezza d’onda, quindi se con le parole arrivano anche le emozioni…per me è un bellissimo traguardo!

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      1. Credo anch’io che siamo sulla stessa lunghezza d’onda 😉 Il sufismo poi mi affascina da anni, ancora prima di entrare in contatto con l’India!

        Chissà che prima o poi non ci si incontri e che magari questo turismo dell’anima – bella espressione! – trovi i canali per esprimersi sempre di più!

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      2. Facciamo in modo che questi canali escano allo scoperto continuando a raccontare 🙂
        E mettiamo come proposito del 2014 quello di incontrarci, assolutamente, ci tengo davvero.

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      3. Anch’iot ci tengo Cabiria! E’ bello vedere e leggere blogger che vanno oltre il discorso app, social e device…che sentono che c’è altro, moltooo altro. Ne parlavo venerdì scorso con Alessio Carciofi che se non conosci ti consiglio di farlo. Chissà che non si diventi un po’ tutti narratori di un nuovo modo di viaggiare e far viaggiare, una modalità in verità antica che si sta riscoprendo!

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      4. Non conosco Alessio, e mi piacerebbe davvero incontrarlo.
        Questa prospettiva che apri su un nuovo modo di raccontare la sento particolarmente mia, ci credo un sacco!
        Ed è quella che mi riesce più naturale 🙂

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      5. Ti viene naturale perché è intimamente tua e non devi sforzarti di correre dietro a quello che vogliono gli altri, che sia il mercato, il pubblico, gli amici, ecc…Questo è e sarà il modo di vivere le cose, tra cui il lavoro, perché è giusto anche guadagnare dai propri talenti senza vergognarsi. Così nascerà un turismo attento alle esigenze di chi usa il tablet ma non lo “venera” e non ne è schiavo, che cerca la magia dei luoghi e l’emozioni degli incontri o degli eventi. Ci sto lavorando anch’io, non è che ora faccio il guru! Mi stanco presto delle novità tecnologiche e sono sempre alla ricerca di una dimensione autentica, al di fuori degli stereotipi new age, e so che siamo sempre di più e che questo vorrà dire possibilità di sviluppo, di progetti e di fare un lavoro che ci piace tanto, che porta ad una diffusione di consapevolezza e che ci farà viaggiare e incontrare!!! Mi sa che bisogna incontrarsi prima o poi 😉

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      6. Bisogna incontrarsi subito, non prima o poi!
        Condivido quello che scrivi al 110%, avrei potuto scriverlo io stessa senza cambiare una virgola.
        Ci sentiamo via mail se ti va: ormai sei prenotato!
        Ci conto 🙂

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      7. Ahahah. Tu non vieni mai delle parti del Friuli? Riparti di nuovo? Contattami come meglio preferisci: facebook, twitter…da qualche parte vedi anche la mia mail 😉

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      8. Non mi capita spesso di passare dal Friuli, ma ora ho una ragione in più per farlo!
        Ci sentiamo di sicuro, tanto non parto a brevissimo e abbiamo tutto il tempo 🙂

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      9. Ecco, tu mi parli di magia e come faccio a non venire? Leggo subito 🙂
        E confesso: sono stata solo a Trieste, che tra l’altro mi è piaciuta da pazzi!

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  3. toccante come al solito….come mai quando ti leggo mi affiorano idee e sentimenti che avevo dentro e non ero riuscita a tirar fuori, nonostante avessi vissuto esperienze quasi simili? Cabiria la prossima volta vengo con te, chissà se avendoti vicina non riesca a tradurre in parole le mie emozioni.
    L’esperienza sufi non l’ho vissuta, ma ti posso garantire che quello sguardo che hai notato l’ho incontrato molte volte in mezzo alle infinite vite dell’India.

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    1. Secondo me Susanna è stato proprio quello sguardo a riportarti in India tutte le volte che ci sei tornata!
      E’ lo stesso motivo che spinge me a ritornarci, nonostante tutte le difficoltà che ci possono essere: certe cose ti ripagano di tutto e ti danno anche di più.
      Allora è deciso: la prossima volta partiamo insieme! Ormai l’hai detto 🙂
      E sicuramente farà più bene a me che a te.

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