Cooking Bali _ Something Sweet

Una buona forchetta non si nega un post sulla cucina, andrebbe contro la sua etica.

Durante il mio soggiorno all’ashram non mi sono fatta mancare incursioni tra le cuoche mentre trafficavano in mezzo ai fornelli: volevo rubare i loro segreti, e portarne qualche pezzettino a casa, nel tentativo di riassaporare quei gusti che mi hanno tenuto compagnia per un mese.

Spero di esserci riuscita almeno un po’, ma lo vedremo!

Quando penso alla cucina balinese, mi vengono in mente riso, cocco, aglio e spezie, tanto per cominciare; ovviamente non è tutto qui: a Bali ho trovato quella che credo di poter definire la frutta migliore di tutta la mia vita, e dolci altrettanto straordinari.

Precisiamolo subito, siamo in Asia, quindi scordiamoci tutti i sapori famigliari, e quegli accostamenti che per noi occidentali sono ortodossi: a Bali colorano di giallo riso e verdure col sour kelapa (un mix di aglio, cocco, chili e curcuma) , giusto per fare un esempio!

Ma non partiamo per la tangente, adesso.

Se dici Bali, dici riso: ça va sans dire.

Il riso è l’alimento irrinunciabile di ogni pasto, colazione compresa, che per il balinese è generalmente salata, e che quasi sempre è il riciclo dell’avanzo della sera prima: non esiste il tipico “cibo da colazione”.

All’ashram tuttavia ci risparmiavano quella che per noi, o almeno per me, sarebbe stata una tortura (va bene tutto, ma la colazione salata no, non ce la faccio), quindi la mattina iniziava con estrema dolcezza.

Ed è alla dolcezza che voglio dedicare questo post, azzardando un piccolo viaggio al limite della curva glicemica, che però vale decisamente il rischio; detto da una malata di zucchero forse ha poco peso, me ne rendo conto, ma passatemela lo stesso!

Sfogliamo il nostro menù, quindi.

Bubur

Credo di poterlo chiamare budino, giusto per rendere un po’ l’idea.

Bubur & balinese cake

Preparato con acqua, farina di riso e latte di cocco, viene servito quand’è ancora caldo, in una grossa foglia di banano (o alla peggio in una ciotola, se proprio si vuole rinunciare alla poesia), inondato di sciroppo di zucchero di palma e farina di cocco.

Una delizia, non ci sono altre parole per definirlo (Wenten, la nostra cuoca, assentirebbe con espressione solenne: mi sembra quasi di vederla)!

A rendere il sapore ancora più particolare, a mio avviso, è l’utilizzo dello sciroppo: questo tipo di zucchero ha un retrogusto mai sperimentato, tra il caffè, la liquirizia e la vaniglia. Un’accozzaglia di aromi che si mescola in una sorta di alchimia. Magico, appunto.

Zucchero di palma bali

Black rice pudding

Perfetto a colazione o come dessert, è un pudding di riso nero non troppo dolce, annegato nel latte di cocco, e a volte arricchito con fette di banana, tanto per non farsi mancare nulla.

Anch’esso consumato tiepido, profuma di vaniglia e di legno: stuzzica i sensi ben prima di assaggiarlo.

Balinese cake

Si tratta di tortine mignon (della grandezza di un bacio di dama), morbide e dalle forme disparate, fatte con acqua e farina di riso, ovviamente, con l’eventuale aggiunta di coloranti che vengono spacciati per naturali: a giudicare dal risultato finale, fluorescente in alcuni casi, mi riservo il diritto di conservare qualche dubbio.

Ma non mi formalizzo su queste inezie!

Assomigliano molto ai nostri gnocchi, per certi versi, e si accompagnano immancabilmente allo sciroppo di zucchero di palma e alla farina di cocco; posso assicurare che quando se ne assaggia una, poi si perde il conto di quelle che ci si ritrova a divorare!

Con cocco e sciroppo di zucchero di palma viene mescolato anche il mais: si ottiene così un curioso mix per farcire i pancakes, semplici o alla banana che siano, per una colazione o uno spuntino di quelli che possono davvero mettere a dura prova!

A proposito di banane…beh, ce ne sono un’infinità di tipi, da scegliere in base al modo in cui si intende cucinarle: fritte (quante ne ho mangiate!), bollite in pastella o direttamente nella buccia, in tandem con farina di cocco e sciroppo di zucchero, ancora una volta.

Capito perché parlavo di diabete?

Per chi è goloso come me, si può quasi parlare di attentato.

Forse è meglio dedicarsi alla “frutta senza fronzoli”, decisamente più innocua.

A Bali ho trovato i mango più dolci di sempre (anche se qui storcevano il naso e mi dicevano che non era ancora stagione per mangiare mango!), papaye di dimensioni “anguriesche”, enigmatiche mangoustine: da fuori sembrano innocui passion fruit, ma una volta aperte rivelano la loro vocazione di  litchee con spicchi da mandarino; snake skin fruit, altrimenti noti come “salak”: sotto una buccia che sembra davvero la pelle di un serpente, un frutto dolcissimo, dedicato a chi ha la pazienza di scoprirlo. Ottimo sia crudo che bollito.

Menzione d’onore al jackfruit, o “frutto dell’albero del pane”: un esserino che può raggiungere i 40kg di peso, e che è un concentrato di dolcezza difficile da dimenticare, come sanno bene i volatili che popolano il cielo da queste parti. Ne sono golosissimi.

Ecco perché passeggiando per la giungla col naso all’insù (passeggiando: mai sostare sotto uno di questi alberi, si sa mai), ogni tanto ci si imbatte in voluminosi sacchetti di plastica fissati tra i rami: nascondono questa bontà, che altrimenti non arriverebbe nemmeno a maturazione.

Sorry, birds, è l’evoluzione della specie: sopravvive il più furbo.

Ma la cucina balinese non è solo carie, diabete e fruttosio, c’è molto di più: prometto che nel prossimo post parlerò di qualcosa di salato, e di molto speziato.

5 pensieri su “Cooking Bali _ Something Sweet”

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