Quando i palazzi galleggiano

C’era una volta, nella lontana prefettura di Karangasem, un rajah che adorava l’acqua, e il suo personalissimo gioco di specchi col cielo, cui gioca ogni volta che gli parla, e cui lui assisteva di nascosto, senza far rumore.

Non riusciva proprio a fare a meno di quei riflessi che sfuggivano veloci come saette dispettose in ogni direzione, e che si dimenticavano per la fretta una coda di abbagli preziosi, proprio quelli che per un solo secondo mostrano il mondo sotto una luce diversa, prima di sparire per sempre.

Dall’alto della sua proverbiale saggezza, il rajah aveva capito che quelli che la maggior parte delle persone vedeva come fastidiosi lampi da cui riparare gli occhi in realtà erano molto di più: erano insegnamenti della natura, sussurrati in modo lieve, riservati solo a chi sa tendere l’orecchio con rispetto, e aprire il cuore con fiducia.

Con quegli abbagli all’apparenza insignificanti, la natura regalava una delle sue lezioni fondamentali: l’importanza di essere sempre nel momento, nel qui e ora, perchè quello che passa senza averne assaggiato il gusto non torna, scivola verso la vita futura perdendo il suo sapore, e senza lasciare alcuna traccia, evanescente come il luccichio di un riflesso.

“Il posto per essere felici è qui, il momento per essere felici è ora”, danzava nei suoi ricordi più cari la nenia che fin da piccolo gli cantavano per addormentarlo, risvegliata dai bagliori di quei flash che gli tenevano compagnia nella solitudine del suo incarico di responsabilità, e che tenevano compagnia anche ad un altro luccichio, quello delle lacrime dimenticate, che talvolta tornavano ad accarezzargli il viso con gesto materno.

Quei riflessi erano ormai diventati indispensabili per il buon karma del rajah: non poteva più separarsene se voleva governare con saggezza.
Doveva trovare il modo di farli suoi, non importava come.

L’illuminazione lo colse tornando da una delle sue passeggiate in compagnia dell’oceano, dopo le offerte del mattino, quando le onde ancora non si sono vestite della luce del giorno: il rajah di Amlapura, uno dei regni più importanti di Bali, avrebbe avuto la sua dimora tra i riflessi, per riempirsene gli occhi ogni volta che sentisse il bisogno di stare ancorato al proprio tempo, e di stare insieme alla sua mente.

Ecco perchè, nel 1921, venne costruito il palazzo di Ujung, aggrappato alla costa sudorientale di Bali, a pochi chilometri dalla punta estrema dell’isola, quella che si affaccia a oriente.

Niente a che vedere con l’immensità di una Versailles, o con le ben più modeste misure di un Trianon; no, niente di simile, soltanto quello che è poco più di un appartamento, che se ne sta come sospeso su una grande vasca, collegato al resto del mondo da quattro ponti in pietra, che si srotolano lungo i punti cardinali.

E tutto intorno, quegli abbagli.

E tutto intorno fiori, alberi e terrazzamenti, dalla cima dei quali ci si può gustare il canale di oceano che divide l’isola di Bali dalle più piccole Gili, e da Lombok, quel canale instancabilmente segnato dalla scia delle imbarcazioni che fanno la spola in questo riquadro delle carte nautiche.

Il benessere, si sa, è un compagno di viaggio di cui non si può fare a meno, una volta gustata la sua compagnia.

Quando il rajah doveva ottemperare ai propri incarichi, e doveva lasciare la tanto amata Ujung degli specchi, si sentiva come alla deriva, e di nuovo solo, nonostante la grande famiglia che col tempo aveva cresciuto attorno a sè: gli mancava la sua àncora a questo mondo.

E’ così che nel 1948 aprì per la prima volta i suoi portoni decorati il Tirta Gangga, la residenza ufficiale del rajah, spostato più all’interno della prefettura, là dove il mare non si vede, ma dove nasce impertinente una sorgente d’acqua termale, che ancora oggi riempie le piscine del parco, facendo brillare sotto al sole le statue che le affollano, e che ancora oggi riempie dei suoi riflessi sfuggenti gli occhi di chi vuole guardare: dopo gli occhi del rajah, dopo quelli degli olandesi piombati qui con la forza, anche gli occhi di chi al palazzo fa giusto un salto per qualche ora, e prova a godersi ogni singolo minuto di quello che il destino gli lascia cadere tra le mani, prima che sfugga silenzioso verso la prossima esistenza.

N.B. la storia del rajah è frutto dell’immaginazione (o allucinazione?) di chi scrive, anche se il rajah è esistito realmente, e realmente ha fatto costruire i palazzi. Date, nomi, e collocazione geografica degli edifici rispondono invece al vero.

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