heathrow airport cabiria magni

Il mio viaggio più sfigato: rotta su San Francisco

Non è che in viaggio va sempre tutto liscio, anzi.
Gli imprevisti sono all’ordine del giorno e sul momento fanno anche un po’ incazzare, ma alla fine ci si ricorda proprio di quelli, no? Magari ridendoci pure sopra.

Quando sono andata a San Francisco mi sono incazzata non poco, ed è forse per questo che ci rido sopra ancora adesso.

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Please wait.

Anno 2010, la partenza è prevista per la mattina del 22 di Dicembre, proprio mentre l’Europa viene rallegrata da una serie di nevicate.
Il 21 Dicembre la British Airways mi informa con tutto il suo aplomb inglese che il mio volo per Londra è stato cancellato.
La postilla è quella di star serena, che il volo per San Francisco invece parte.

Ah, beh, allora.

Si tratta giusto di arrivare ad Heathrow, e ho il sospetto che nel resto del Continente ci sia qualche altra manciata di tapini rimasti a piedi, che come me si sta divertendo a cercare un volo last minute.

Mi soccorre l’efficienza teutonica, con un posto tra le nuvole pagato una cifra folle, che la compagnia di Sua Maestà gentilmente rimborsa.
La scocciatura è travestita da arrivo al T2, quando devo ripartire per gli USA dal T5, e chi è passato da Heathrow sa bene che vuol dire.
Aggiungiamoci poi un bagaglio da ritirare e imbarcare di nuovo in un momento dell’anno non proprio avido di passeggeri.

Sull’isola atterro con un po’ di ritardo, che in queste occasioni ci sta sempre bene.

Recupero la valigia e volo verso il T5: la coda che mi si palesa è di quelle che neanche in Rinascente la vigilia di Natale.
Faccio il check in mentre sono in fila, sperando che il dio delle partenze abbia un occhio di riguardo, che sotto le feste non si nega a nessuno.

Non ce l’ha, sarà partito pure lui.

I minuti scorrono sempre troppo in fretta quando se ne farebbe volentieri a meno e il rischio di rimanere a terra si fa concreto. Arraffo uno steward che passa per caso tra la folla e con uno sguardo da far concorrenza a quello del gatto di Shrek gli dico che il mio volo sta partendo, si mettesse una mano sul cuore.

Quello del gatto di Shrek è uno sguardo che non perdona, e il ragazzone, anima pia, si fa carico della mia valigia e della mia causa: mi consegna direttamente tra le braccia della signorina drop off, augurandomi un Buon Natale.

Volo per i corridoi alla ricerca del mio gate, maledicendo gli aeroporti vestiti a festa: mai più nella vita (sì, infatti).

Arrivo all’uscita che la ressa intasa il desk sventolando le carte d’imbarco, così mi metto a sedere: i posti numerati, che grande invenzione!

Il problema è che, a parte qualche brontolio che sfugge alla calca, non si muove nulla. Mi tolgo la giacca.

Ad un certo punto, una serie di led festanti invade il tabellone luminoso annunciando un ritardo di mezz’ora: apro un libro.

Le mezz’ore diventano ore e le leggende metropolitane sul ritardo iniziano a proliferare, è una gara a chi la inventa più grossa: hanno finito i panini, non possiamo partire!
Ho sentito che manca un’ala, ma sembra si possa fare anche senza, magari tentiamo.

Un gruppo di pensionati di Monza mi si aggrega perché di inglese ci capisce quel tanto che basta per soccombere e io, ahiloro, sembro essere il male minore.

A Heatrow passo otto ore, coi monzesi.

Ad ogni annuncio una ventina di occhi sempre più imploranti cerca il mio sguardo, e io ogni volta scuoto il capo sconsolata: mai una gioia.

Come nelle storie migliori, succede poi che devo andare in bagno: non faccio in tempo a muovermi che tutti si girano e fanno per alzarsi.
“Partiamo?”
Il tono è quello gioioso della domenica della festa del patrono, la mia risposta un colpo al cuore “Purtroppo no, ma se non vi spiace ne approfitterei comunque per andare in bagno.”
“Ok, ti aspettiamo qui.”
Non chiedetemi perché, ma me lo sentivo.

Non ho mai capito che sia successo poi, fatto sta che così, come dal nulla, ecco l’annuncio metallico della nostra partenza.

Inizia a girare la voce che a bordo c’è anche la famiglia del capitano e che quindi non ci potrà succedere niente di male, se ci fanno partire è perché si può.
Sono queste dicerie popolari a rendere impagabili le esperienze.

Poco prima dell’ora di cena siamo a bordo, mi addormento subito e riapro gli occhi quando il carrello è già fuori: il volo più breve della mia vita.

La fila all’immigration è di quelle da ricordare, ma ormai il peggio è passato: ci credo fino a quando non annunciano che un blackout sta bloccando tutti i terminali di quell’area dell’aeroporto.
Siamo incastrati, di nuovo.
Gli occhi monzesi mi cercano tra la folla, io allargo le braccia e faccio come tutti: mi siedo per terra ad aspettare.

Ce la caviamo in mezz’ora, meglio del previsto, recupero la valigia e vivaddio son fuori, dove c’è il mio ragazzo preferito ad aspettarmi con un paio di quei dolci chimici da cariarsi al primo sguardo: mica per niente è il mio ragazzo preferito!

P.S. se per caso ve lo state chiedendo, la valigia non me l’hanno persa, almeno quella.

P.P.S. dopo qualche giorno a San Francisco ci siamo spostati verso Los Angeles percorrendo Big Sur e chi ti vedo a Santa Monica? I monzesi, che vagavano per il centro. Non me ne voglia nessuno, ma mi sono mimetizzata tra i passanti, si sa mai.

Vedi alle volte il destino.

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