La chiamano anche “isola degli dei”

Impegnativo come appellativo, niente da dire.

Bali, la destinazione che ho “sentito”, come dicevo; uno magari si chiede anche il perché.

Perché Bali è un’anomalia: è l’unica isola hindu dello stato musulmano più esteso al mondo, l’Indonesia, che di isole ne ha circa 18.000: se non è essere pecora nera questo, beh, allora non so proprio cosa lo possa essere. 

A Bali le persone fanno volare gli aquiloni per comunicare con gli dei, usano enormi foglie di banano per ripararsi dalla pioggia che le sorprende nelle risaie, fanno il bagno a bordo strada perché credono di essere invisibili mentre si lavano (sì, avete letto bene, questa cosa me l’hanno detta più persone, e mi hanno detto di non farci caso…!!!); a Bali la magia nera è ancora considerata una forza potente, a Bali vengono eseguite almeno una dozzina di danze sacre, ma nonostante questo, la festa più importante è quella del Nyepi: il giorno del silenzio. 

Bellissimo. 

Durante il Nyepi tutta l’isola si ferma per 24 ore: gli aerei non volano, i mezzi di trasporto non circolano, non si possono accendere fuochi, usare elettrodomestici, nemmeno girare per strada, niente.

Perché?

Che domande: per ingannare gli spiriti malvagi, facendogli credere che l’isola è stata abbandonata, no?

Sono strani questi balinesi, che hanno un calendario di 210 giorni, e che si limano i denti per il matrimonio. 

Con queste premesse, potevo accontentarmi di andare in un hotel o in un villaggio? Non credo proprio, mi sarei persa il sapore dell’isola.

Ecco perché ho scelto un ashram

Premetto che non ho nessuna intenzione di convertirmi ad alcun credo, ho solo voglia di stare in mezzo alla gentequellavera, e di dargli una mano per quello in cui si spende. Starò all’ashram Gandhi, a Candidasa, in quella che è indicata come Bali orientale: pronta a fotografare la prima alba! 

Sarà quindi una vacanza, perché almeno 3/4 giorni la settimana girerò per l’isola (anzi, le isole: farò un salto alle Gili, imperdibili per chi passa di qui), la bombarderò di foto, e so già che mi comprerò una quantità imbarazzante di ricordi per me, per la mia casa, e anche per chi a casa mi ci aspetta! 

Ma sarà anche qualcosa di più, perché per il tempo restante, oltre a darmi allo yoga con Kawidana a giorni alterni (farò sapere come va, chissà se resisto: i miei tentativi passati sono tutti miseramente falliti), aiuterò i membri dell’ashram nel loro progetto di scolarizzazione delle zone rurali lì attorno, nella loro clinica di agopuntura, o a zappare l’orto, alla peggio! 

Mi sono proposta anche di dare una mano in cucina: voglio portarmi a casa i segreti delle ricette indonesiane: niente di meglio che rubarli sul posto! 

Detto ciò, direi che ormai ci siamo: la marca da bollo per il passaporto l’ho presa, il visto si fa all’arrivo, e in valigia butto qualcosa di comodo (beh, anche un paio di tacchi, va: non si sa mai!).

Devo giusto decidere che libri portare per farmi compagnia, ma ho ancora qualche giorno, e nomi di tutto rispetto su cui contare: cado comunque in piedi!

4 pensieri su “La chiamano anche “isola degli dei””

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