I survive Yolanda Filippine Cabiria Magni

Filippine: il perchè di un viaggio

Le Filippine sono conosciute per le spiagge bianche e il mare cristallino: posti come Boracay o El Nido abitano l’immaginario di tutti, classificati sotto la voce “paradiso terrestre”.

Tramonto a Las Cabanas, Filippine
Tramonto a Las Cabanas, El Nido

Quando ho deciso di partire, in realtà non l’ho fatto perché spinta dalle immagini da cartolina di cui è piena la rete, non sono una fanatica del mare: l’ho fatto per il ruolo un po’ da pecora nera di questo stato, che pare cascato per sbaglio ai margini del Sudest asiatico.
La solita motivazione, insomma, la curiosità e la voglia di capire il perché, com’è stato anche per Bali all’inizio, quasi quattro anni fa.

Niente Buddha, niente templi, niente moschee, nelle Filippine ci sono le chiese, proprio come da noi: il 92% della popolazione è cristiana, e già questa è una cosa che mi ha incuriosita non poco, ad esempio.
Sarò limitata io, ma l’Asia non l’associo a tutte quelle immagini che ruotano attorno al Cristianesimo, mi viene più facile pensare ad un monaco arancione, piuttosto che a un Padre Nostro cantato la domenica mattina.

I nomi di alcune località, di alcune vie, sono spagnoli: la Spagna l’ha fatta da padrona per quasi quattrocento anni, dall’arrivo di Magellano all’esecuzione di Rizal, il poeta indipendentista che è poi diventato l’eroe nazionale, e i retaggi di quella dominazione si toccano con mano ancora adesso, nonostante la devastazione della Seconda Guerra Mondiale.

L’impressione che ho avuto, nelle mie due settimane là, è che il popolo filippino sia caratterizzato da una grande capacità di risollevarsi in piedi, sempre.

I bambini di Banaue Cabiria Magni
I bambini di Banaue

Vuoi per cacciare lo spagnolo di turno, vuoi per via di una guerra che cancella ogni cosa: Manila stessa è la fotografia di una distruzione, una capitale dove la cattedrale è stata terminata giusto un paio d’anni fa, e dove non c’è un edificio con più di duecento anni senza troppi acciacchi.

Vuoi per colpa di un tifone che spazza tutto: nel 2013 Haiyan, conosciuto anche come Yolanda, che con le sue diecimila vittime viene considerato uno dei più violenti di sempre, e lo scorso dicembre, proprio mentre ero là, Hagupit, che benchè abbia fatto i suoi disastri, per fortuna non ha eguagliato il noto predecessore.

A El Nido, mentre aspettavo che Hagupit levasse le tende, mi sono imbattuta in questa canottiera:

I survive Yolanda Filippine Cabiria Magni
We are homeless, we are roofless, but we are not hopeless

L’ho fotografata perché mi ha colpita, e neanche a farlo apposta Dario, un ragazzo italiano che abbiamo conosciuto a Manila, me l’ha commentata dicendo “Quella frase sulla canottiera è lo spirito delle Filippine!”
Io delle Filippine ho visto poco, ma allora un pochino ci ho preso.

Sempre Dario confermava che in una città come Manila il livello di povertà è molto alto, e che non esiste un ceto medio: estrema povertà o estrema ricchezza, ma soprattutto uno spirito di mutuo aiuto a tratti imbarazzante, perché gente che non ha nulla riesce a moltiplicare quel nulla e a dividerlo con chi ha ancora meno.
Di Manila parlerò più avanti, ma se ci capitate e uscite dai soliti percorsi anche solo per andare al mercato, vi renderete conto che questa cosa è verissima.

Non ho fatto questo viaggio spinta da nessun tipo di spirito umanitario, come dicevo all’inizio l’ho fatto solo perché desiderosa di capire: sapevo che come al solito mi sarei trovata in situazioni non troppo semplici, tant’è che ad un certo punto l’ho anche un po’ patita e mi sono messa in discussione, arrivando a chiedermi che ci stavo a fare, ma poi un libro mi ha “salvata”. Questa però è un’altra storia.

El Nido Filippine
Aspettando il passaggio di Hagupit – foto di Raffaele Angelillo

La buona notizia è che, adesso che sono tornata a casa e ci ho pensato un po’, posso confermare che come al solito non ho capito nulla: sono situazioni troppo lontane dal nostro mondo e dalle nostre abitudini, impossibili da leggere attraverso i canoni della nostra vita di tutti i giorni senza incazzarci troppo.

Mi è successo a Manila, in Thailandia, a Bali diverse volte, e scommetto che succederà ancora: non si capisce, si porta a casa così com’è, ma la cosa bella è che quel così com’è poi cambia tutto anche qui, e aiuta a vivere meglio.
Per colpa di quel tifone mi hanno cancellato un volo e scombinato un po’ i piani, ma che volete che sia al confronto di quello che è successo a centinaia di altre persone?

Questa però è una motivazione che più che con le Filippine c’entra con chi sta scrivendo, quindi temo che ne sentirete parlare ancora in futuro!

El Nido, bambina sulla spiaggia
Sulla piaggia, El Nido
Las Cabanas, Filippine
Las Cabanas
Walking on the beach, Filippine
Cronaca del primo giorno del 2015

16 pensieri riguardo “Filippine: il perchè di un viaggio”

  1. I tuoi posto hanno sempre delle riflessioni profonde..
    Sai cosa mi ha colpito? Quando hai scritto “in una città come Manila il livello di povertà è molto alto, e che non esiste un ceto medio: estrema povertà o estrema ricchezza, ma soprattutto uno spirito di mutuo aiuto a tratti imbarazzante, perché gente che non ha nulla riesce a moltiplicare quel nulla e a dividerlo con chi ha ancora meno.” la prima cosa a cui ho pensato è stata “Strano che sono i poveri che si aiutano e non i ricchi che aiutano i poveri!”
    Penso che, da quello che leggo di questi posti, un viaggio in queste zone dovrebbero farlo tutti perchè ti fa riflettere molto…
    Spero arrivi presto anche per me!

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    1. Fa riflettere molto, e fa arrabbiare molto, io ti avviso 🙂
      Ma poi ti cambia la prospettiva anche quando torni a casa, ti aiuta a ridimensionare quelli che prima consideravi problemi, e a vederli sotto una luce diversa.
      E’ la magia del viaggio 🙂
      Ti auguro di andarci presto, è una vera medicina!

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  2. Stamattina ho pensato “e che cavolo, ora mi metto a leggere i miei blog preferiti perché così non va bene!” E così sono ritornata qui, perché ogni tanto bisogna fermarsi e risettare le giornate.

    E solo il titolo del post mi fa impazzire. Semplicemente perché non ci sono risposte ad alcune domande.

    ps. potevo scrivere un commento migliore, ma per oggi.. va così! 🙂 Un abbraccio.

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    1. Non direi, non potevi scrivere commento migliore, davvero!
      Grazie di essere passata Lucia 🙂
      Sono d’accordo con te, non ci sono tutte le risposte, e forse alla fine è meglio così, almeno continuiamo a cercare.
      Un abbraccio!

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  3. “(…) come al solito non ho capito nulla: sono situazioni troppo lontane dal nostro mondo e dalle nostre abitudini, impossibili da leggere attraverso i canoni della nostra vita di tutti i giorni senza incazzarci troppo.”
    Eh! già…
    Fa il paio col discorso sull’egoismo intrinseco del viaggio e del viaggiatore.
    Ammettere che quel che si fa e si vive viaggiando, e cioè principalmente che lo si fa per sè, é segno di grandissima maturità.
    Sta poi a noi farlo diventare risorsa per poterlo donare a nostra volta.
    Ma, alla base di tutto, ci devono sempre stare l’incazzatura nel vedere cose che non reputi possibile esserci ancora nel 2015, e la consapevolezza che stai viaggiando per poter crescere.

    Sempre più orgoglioso di essere ritenuto tuo Amico…

    Pace e bene.

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  4. “ad un certo punto l’ho anche un po’ patita e mi sono messa in discussione, arrivando a chiedermi che ci stavo a fare, ma poi un libro mi ha “salvata”.”

    Cabiria, te lo avevo già scritto e già detto, ma sono felice di aver scritto parole che hai trovato… giuste in quel momento. 🙂

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  5. Che bel racconto Cabiria, mi piacciono tanto anche le foto. Quella bimba è fantastica ^^
    Ti capisco sul fatto che ti ha attratto di più l’anima del paese rispetto ai paesaggi seppur stupendi 🙂 la curiosità di conoscere realtà a volte incomprensibili con i loro lati molto tristi ma allo stesso tempo con qualche buon insegnamento da portarsi dietro, un po’ in maniera inconsapevole, come qualcosa che ti rimane dentro e non sai nemmeno perché*

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    1. Ti ringrazio 🙂
      Sì, la molla è sempre quella; ecco perchè secondo me, tirando le somme, viaggiare è un atto di grande egoismo: possiamo raccontarci quello che vogliamo, ma alla fine viaggiamo per noi stessi, principalmente 🙂

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  6. Le Filippine erano fra le opzioni viaggio di nozze ma poi abbiamo “ripiegato” su Perù e Galapagos, non chiedermi perché…
    Mi piace lo spirito con cui affronti un tema delicato e importante come questo: ciò che spinge a scegliere un viaggio non deve essere per forza la motivazione classica. Sapessi io che paranoie mentali mi faccio sui posti che visito, quanto arrivo ad odiarli, poi cambio opinione circa una decina di volte e ce ne vuole un po’ per dichiarare che sì, quel posto mi ha dato qualcosa. E immancabilmente, qualcosa di diverso da ciò che mi aspettavo.
    Quindi tutto nella norma!

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    1. Stefy l’hai scritto benissimo, funziona proprio così, allora non sono l’unica a farsi paranoie e a maledirsi 🙂
      Ogni volta però ci ricasco perchè davvero mi accorgo che alla fine porto sempre a casa qualcosa di grande, per cui vale sempre la pena fare lo zaino e ripartire, di nuovo.

      Da quello che ho visto, il tuo “ripiego” è stato un signor ripiego, e in questi casi non so tu, ma io sono molto fatalista: se siete andati là, è perchè dovevate andare là, non si scappa!

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