“Mai rassegnarsi ad una vita di quieta disperazione” [Thoreau]

Quello di oggi è un post di getto e non c’entra proprio niente, ma va bene uguale.

Riflessioni in ordine sparso sul concetto di equilibrio?
Può essere.

Ci sono giornate che frullano e fanno perdere la centratura (quanto mi piace sta parola), meno male; quando senti dire che la vita è come una bicicletta e che per starci sopra ti devi muovere, non è che dicono stronzate.
Einstein ne avrà anche dette di stronzate, glielo auguro, ma questa della bici vale quanto eugualeemmecidue e magari gli hanno anche dato del pirla.
Forse non sapevano andare in bici.

Personalmente, questa cosa dell’equilibrio dinamico mi affascina non poco, quindi lascio fare.

Il trucco sta nell’indossare la miglior faccia da schiaffi una volta che il frullatore si ferma (sì, tanto quando sei dentro chi ti vede, vale la pena godersela) e poi andare via con nonchalance e con quel paio di domande che un po’ prudono; le risposte arriveranno dopo.

E’ bello tornare a casa e chiudere tutto l’arsenale di fuori: la ferraglia pesa e dà fastidio.
E’ bello stare finalmente per i fatti tuoi e capire che la vita, a permetterglielo, è qualcosa che ti passa dentro con furore facendo dei casini bestiali, ogni maledetto giorno.

Strano mix di razionalità, incoscienza, fiducia, che poi uno mette insieme come gli pare.

Razionalità perché dai, è chiaro che i conti col lato pratico dell’esistere bisogna farli: non vivendo sotto lo stesso tetto di Hansel & Gretel (se lo sono mangiato), i piedi nella terra vanno tenuti e se posso scegliere, senza scarpe, che mi piace troppo.

Incoscienza perché con quale altra faccia si può guardare l’ignoto?
Ho letto che per fare un passo avanti bisogna per forza perdere l’equilibrio almeno per un attimo: bingo.
E’ un po’ come abbandonare l’attrezzatura che ci portiamo appresso per provare a prenderne di nuova lungo la strada; il rischio è quello di non trovarne nemmeno a noleggio, vero, ma a disfarsi del vecchio non sempre si fa peccato.

Fiducia nell’incoscienza.
Alla soglia dei trentuno mi fido del mio lato fuori di testa molto più che di quello razionale: mi ha strappato di dosso il grembiulino bianco e mi ha trascinata in casini che metà sarebbero anche bastati, ma quanta attrezzatura abbiamo raccolto per strada insieme!
E quanta ne abbiamo buttata, appunto.

E adesso sono qui che penso a quanto sia idiota incazzarsi per cose di cui alla fine te ne frega zero, ma penso anche che fa parte del gioco, perché senza incazzatura questa sera non mi sarei fermata un po’ di più coi miei pensieri (carini loro, a reclamarmi in questo modo).

E’ bello perché ti scopri che dentro bruci e che fuori scotti.
Ed è bello perché vai a letto con questa cosa addosso che ti obbligherà a svegliarti ogni mattina con lo stesso entusiasmo del primo giorno di scuola, e con la convinzione che sarà una giornata meravigliosa.
Come si fa a sapere?
La risposta è banale, e come tutte le cose banali, complicatissima.
La meraviglia non aspetta lì fuori, si nasconde; si nasconde nell’occhio che usi per guardare, ma una volta che la becchi…beh, è amore per tutta la vita.

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