#altertrip: di quella volta che a Marsiglia ci siamo andati in pullman_parte II

L’ingresso nel parcheggio antistante la stazione di Aix è di quelli che col pullman prendi dentro un cartello stradale giusto per far sapere che sei arrivato, ma direi che ci sta: non sarebbe stata la degna conclusione del nostro viaggio.

Che poi di conclusione non si può parlare ed ecco il perché.

It's a long way to the top
It’s a long way to the top

I francesi decidono che le biglietterie ferroviarie chiudono alle 19, quindi ci tocca l’acquisto via macchinetta, che non sarebbe una pena, se accettasse le carte di credito (ovviamente moneta non ne abbiamo, solo pezzettoni da 10€ che vengono sputati con sdegno).

Vabbè, tutto si risolve, ormai l’abbiamo capito; compriamo, guardiamo il binario e ci mettiamo in attesa del treno, che puntualmente arriva.
Ci accomodiamo e pare troppo facile.

La carrozza è un andirivieni di persone che tengono per mano trolley più o meno ingombranti ma comunque disciplinati, noi ci guardiamo in faccia con l’espressione di chi sente la vittoria lì ad un soffio.

Se non fosse che.

Se non fosse che pare di captare dalla voce metallica dell’altoparlante là fuori che il treno per Marsiglia è stato soppresso: ma scusa sarà un altro, ci siamo seduti sopra.
Sarà un altro?
Forse è meglio chiedere, che le porte si sono chiuse ma vero è che siamo ancora fermi.

Chiediamo, e la conferma arriva con veste nera addosso e falce in mano: supprimé.

Ma allora che treno è questo?
Eh, è quello che va nella direzione opposta, peccato che nessuno si sia preoccupato di aggiornare i tabelloni vari, e poi dicono Trenord: pare un male comune al Continente intero.

Lo scatto è di quelli che si fanno al massimo due o tre volte nella vita, ma le porte non sono altrettanto reattive e benché ancora bloccati al famigerato binario 1, non ne vogliono sapere di aprirsi.

Il controllore passa quando è troppo tardi e siamo già partiti: mai una volta che si faccia vedere quando serve. E anche questo è un male comune al Continente intero.

Bene, non ci resta che scendere alla prima fermata utile, che tanto sono 15 minuti a dir tanto, ormai che cambia.

Destinazione Meyrargues, in the middle of nowhere.

Meyrargues

Arriviamo alla stazione dopo una tratta in aperta campagna dove non incrociamo nemmeno un ciuffo della tanto famosa lavanda della Provenza, che un po’ ci rimaniamo anche male, avremmo potuto dire di aver deviato per puro spirito agreste.

A Meyrargues il tempo pare essersi fermato e il treno pure: non sto parlando del nostro, che ci scarica in mezzo ad un ghiaione che il marciapiede sarà lungo tre metri e poi dove sbarchi sbarchi, ma quello che avremmo dovuto prendere per tornare indietro, che è fermo in panne sul binario 2.

Così vicini e così lontani.
Così vicini e così lontani.

A questo punto ditelo che è la versione occitana di The Truman Show, su.

Sono passate le 20, siamo in giro dalle 6 e iniziamo ad avere una certa fame: visto il tempo che ci stiamo mettendo avremmo potuto cenare in Qatar, invece ci ritroviamo sopra la panchina di una stazione vintage, col sole che va a spegnersi dietro una massa di ferraglia bloccata.

Ah, no, quello è il capostazione.

Gli chiediamo di scattarci una foto ricordo di questi momenti che comunque non dimenticheremo e lui ci guarda un po’ così, sti turisti dai lineamenti caucasici e l’animo giapponese.

Merçi mon ami, très gentil.

Quando all’orizzonte compare una locomotiva diretta proprio là dove fantastichiamo di arrivare da questa mattina, ci pare di essere ancora nel mondo dei sogni perché no, non sta succedendo a noi. E’ davvero finita?

Stavolta oltre il vetro sfila il paesaggio provenzale, arrossato dal sole di un giorno che quasi si vergona a finire.

Ah, la Provence!
Ah, la Provence!

L’epilogo è di quelli che dopo tutte ste peripezie uno decide di farsi un regalo: una meravigliosa cena indiana, dove ci riempiamo fino a scoppiare (e io prendo pure il dolce, sia mai che salto).

Anche la conclusione della cena è di quelle di poesia pura: dopo alcuni tentativi più o meno goffi, veniamo letteralmente sbattuti fuori dal locale, che ormai la mezzanotte è passata, la giornata è finita e uno a mangiare ci venisse ad un orario decente, invece di stare in giro a perdere tempo!

Our indian dinner

Bene, è il momento dei ringraziamenti.

A Marco, sportivo compagno di mille avventure, che se un viaggio del genere ti capita con uno menoso, finisce che qualche cadavere per strada si lascia volentieri.

Al nostro contatto francese, che ci ha dato modo di scoprire che non è solo Trenord a far casini, ma che anche SNCF si difende molto bene.

Al bus, piccola comunità itinerante che insegna ad affrontare le brutture di questo mondo col sorriso.

A tutti quelli che ci hanno seguito sui social network e pure qui ora, perché senza di loro non sarebbe stato lo stesso: ne organizziamo un’altra tutti insieme (al massimo facciamo due pullman)? L’ultimo che aderisce fa quello che perde il cellulare in autogrill! #sapevatelo.

6 pensieri su “#altertrip: di quella volta che a Marsiglia ci siamo andati in pullman_parte II”

      1. Oddio cosa rischiamo?!? L’attesa? Bella gente c’è, un baretto con una birretta fresca lo si trova sempre… Il rischio più grande, che potrebbe esser poi una soluzione, sarebbe di non tornare più, prendendo il treno del ritorno, per la direzione opposta!

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    1. Che dire Patrick, hai ragione su tutto! Sono quelle esperienze che rimarranno sempre, insieme ad un sorriso 🙂
      E giuro che la prossima volta prima di lamentarmi dei nostri treni ci penso bene!

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