Buddhist monk Cambodia Cabiria Magni

Thailandia: la tradizione dei monaci temporanei

L’ho detto fin da subito: una delle cose che più mi ha colpita di Bangkok è il suo vivere i contrasti come se non fossero tali, ma forse il problema è più di noi che veniamo da fuori, che percepiamo come disarmonia quello che probabilmente è altro.

Buddhist monk Cambodia Cabiria Magni
Questa non l’ho scattata in Thailandia, vediamo chi indovina la città!

Cammini per le strade e vedi i vetri lucidi di un palazzo che scortano l’incenso di un tempio mentre sale verso il cielo.

Riesci ad andare lento e a fermare nei ricordi un sorriso che si accende sopra un marciapiede, mentre in strada la selva dei clacson non dà tregua ai timpani.

Una delle cose che più mi ha stranita, forse perché molto lontana da quella che è la cultura occidentale, è la questione dei monaci temporanei, questa pratica buddhista che ancora oggi entra nel circolo della vita quotidiana di una città caotica con la stessa naturalezza che avrebbe se varcasse la soglia di un tempio silenzioso.

Per tradizione, i thailandesi di sesso maschile hanno il vincolo morale di trascorrere un breve periodo della loro esistenza in un monastero: possono vivere come monaci per tre giorni, tre settimane, tre mesi o anche tre anni.
Poi magari finisce che ci dedicano la vita intera.

Questo periodo di noviziato è una pratica che ha origini antiche e i ragazzi, tante volte alla fine degli studi, vengono integrati nella comunità religiosa come monaci laici, temporanei appunto; i capelli rasati a zero, ricevono in affido un sari ed una ciotola: da questo momento dovranno vivere come tutti gli altri monaci, grazie agli oboli dei fedeli e chiedendo la questua per strada, abbandonando i legami con tutto ciò che è materiale.

Il periodo di iniziazione, conosciuto come vassa, pioggia, avviene di solito durante i mesi estivi, appunto, ed è dedicato principalmente all’apprendimento degli elementi teologici del buddhismo.

Il noviziato non è obbligatorio, ma è vissuto come un passaggio che rende onore al ragazzo e a tutta la sua famiglia, e allora come si fa a tirarsi indietro: la morale sa sempre come farsi dar retta, molto più delle imposizioni, tant’è che chi esce dal convento dopo tre mesi viene indicato come khon suk, ‘uomo fatto’, mentre invece chi non ha vissuto l’esperienza del ritiro è khon dip, ‘uomo a metà’.

Fa strano, vero?

Ecco perché quest’estate tornerò in Thailandia!
No, non voglio fare il monaco temporaneo, sinceramente rasata mi ci vedo poco.
Anche se…bah.

E’ che quei famosi contrasti di cui parlavo sopra da sempre mi attirano, o meglio: vorrei imparare a capirli davvero.
Forse è un po’ questa la mia sfida con l’Asia.

Questa estate il mio giro sarà diverso, ma senza dubbio atterrare sulla Città degli Angeli è uno dei modi più comodi, oltre che più convenienti, per raggiungere il Sudest asiatico: l’ho visto anche l’anno scorso, che sono passata da Bangkok per andare in Cambogia.
Pare contorto, ma funziona bene: garantito!

Di compagnie aeree che fanno questa tratta ce ne sono da perdersi, ma di recente, complice la voglia di tornare a fare un giro nella capitale, ho notato che Emirates parte tutti i giorni per la Thailandia, proprio da Roma: non sarebbe male come prima tappa verso l’Asia, no?
E’ da pensare, io intanto la tengo lì.

Ma dicevo che il mio prossimo giro sarà diverso: vuoi atterrare nel principale aeroporto del paese che andrai a visitare?
Non scherziamo, meglio cambiare nazione, altrimenti ci si annoia.
Ma questa è un’altra storia.

22 pensieri su “Thailandia: la tradizione dei monaci temporanei”

    1. Vero! Tante volte partiamo con le idee che ci siamo fatti da qui, con il mito dell’Oriente mistico e poi quando ci siamo davvero scopriamo (con un certo sollievo, non ti nascondo) che è molto diverso.
      Condivido la tua passione per gli arancioni, pure io ne ho presi di mira un bel po’!!

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  1. Lovely photos, Cabiria!
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    Have a great day!

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    1. Grazie Luca!
      Interessante sì, è una pratica che mi ha incuriosita parecchio, forse perché da occidentale faccio un po’ fatica a concepire un termine per questo genere di cose.
      Ma l’esperienza insegna che abbiamo due concetti di tempo totalmente diversi, e che quello che applico è uno schema tipico della nostra società…vedrò di rimuoverlo!
      🙂

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      1. Il viaggio vero permette di scoprire queste differenze ed è un enorme privilegio. Senza scardinare le nostre presunte verità, che sono poi concetti che ci “installano” da piccoli, difficilmente arriviamo ad altre Verità…la vita mi insegna che comunque ci vuole pazienza, fiducia e un pizzico di incoscienza 😉

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      2. Ahahahaha…Cabiria, sai quella cosa che si dice per cui esiste una connessione tra tutti e tutto, che non è solo internet? Mi sa che più si avanza in qualche sentiero le menti convergono 😉

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  2. Per quanto riguarda l’ingresso dei bambini nel sistema monastico, può darsi che le famiglie lo festeggino in pompa magna, tanto che io l’ho paragonato ai festeggiamenti della prima comunione da noi? Mi è capitato sia in Cambogia, che in Laos e Birmania di assistere a queste feste, con tanto di doni alimentari e no per il tempio che li accoglieva e chiedendo in giro mi hanno detto che era l’ingresso nella vita monastica, anche temporanea, e che era un momento di cui essere fieri. L’unica cosa che mi chiedo è, e per le monache (che ho visto numerose solo in Birmania) esiste la stessa cosa?

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    1. Io non ho avuto la fortuna di assistere, ma in effetti è plausibile come cosa: è un grande onore e va celebrato.
      Quello delle monache è al solito un ottimo spunto su cui indagare, oltre che il segno che in Birmania ci devo andare presto (vuoi non verificare sul campo?)…ho aspettato pure troppo!

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