Fatehpur Sikri

Fatehpur Sikri, la città fantasma

Quella di Fatehpur Sikri me la ricordo come una delle giornate più calde trascorse in India.
25 di Dicembre: nel mio Natale atipico, dopo l’immancabile visita al Taj Mahal, è la volta della città fantasma, che dista circa 40 km da Agra; chi ha viaggiato sulle strade indiane sa bene che non è una questione che si sbriga in fretta, ma basta organizzarsi.

Fatehpur Sikri ingresso

Fatehpur Sikri era l’antica capitale moghul, ma allo stato attuale rimangono giusto il complesso del palazzo reale e quello della moschea, che neanche a farlo apposta si chiama Jama Masjid (“moschea del venerdì”), come quella di Delhi e come quella di Agra. Una specie di omaggio alla fantasia.

La parte del palazzo è costituita da un insieme di cortili, portici e terrazzamenti, tutti in arenaria rossa; il vento fischia dentro ampie finestre di cielo e in alcuni tratti è così forte da coprire anche le voci: per certi versi è il posto ideale per perdersi nei fatti propri.

Fatehpur Sikri India

Fatehpur Sikri

Oltre il palazzo, il cortile della moschea.
La sua particolarità, visto che col nome se la sono giocata male, è la tomba del mistico sufi Salim Chisti: una struttura di marmo bianchissimo, che sotto il sole del primo pomeriggio quasi non si riesce a guardare ad occhio nudo.
Salim Chisti si trova in questo luogo privilegiato perché ebbe il merito di liberare l’imperatore Akbar dalla maledizione di non poter avere figli maschi, motivo per cui da allora viene venerato secondo un rituale ben scandito: si offre un sari, ma anche del denaro va bene, e si esprime un voto legando un laccetto di cotone ad una delle grate delle finestre del mausoleo.

Fatehpur Sikri  moschea

Non troppo distante dall’entrata, per coloro che ne fossero sprovvisti, è possibile acquistare un impeccabile kit del rituale, completo di sari e laccetto. Avviso che se per tirare sul prezzo tentate di usare il vecchio trucchetto del “mi spiace ho solo questi altrimenti ho degli euro” cascate male, perché lì prendono tutto, meglio che da un cambia valuta (ammetto, ci ho provato).

Questioni pecuniarie a parte, l’unica via d’accesso alla tomba passa per il famigerato kit: infischiandomene di qualsiasi questione di principio, ne compro uno e mi metto in fila per entrare, tirandomi il cappuccio in testa.
La calca è appiccicaticcia, sotto i piedi il freddo del marmo si mischia ad una certa poltiglia, di quelle che se non ci si pensa è meglio.

All’interno l’aria è gonfia di incenso e non solo; lascio il sari, che ho il concreto sospetto verrà rivenduto a qualcun altro di lì a poco, e tra qualche spintone vado ad assicurare il laccio ad una finestra. A questo punto dovrei formulare la mia preghiera, ma decido di lasciar perdere e di accontentarmi del traguardo raggiunto, che è già una bella soddisfazione.
Mi ributto nella fila, stavolta di quelli che escono, e prima di varcare la soglia mi becco una bella scudisciata con una foglia di palma. Amen.

Fatehpur Sikri

Una volta fuori, senza neanche accorgermene tiro il fiato.
La guida è lì che aspetta per portarmi verso l’uscita della città, e stavolta infiliamo la porta che sta sul lato opposto, quella del Buland Darwaza, famosa per la sua imponenza e per i suoi decori, ma la mia attenzione è per altro.

Lì sotto c’è quel formicolio di gente che ancora una volta mi ricorda che sono in India: ciabatte buttate a terra accanto alle bancarelle di frutta, gente buttata a terra accanto alle ciabatte. Venditori di souvenir improbabili, capre altrettanto improbabili che indossano gilet. E una vista da paura ad abbracciare tutto quel casino.

Fatehpur Sikri  capra

Forse per me l’India è proprio questo, che quando ci penso la vedo sempre così: un grande marasma e qualche bello spintone. Assurdità che sfilano con grande nonchalance con addosso il loro gilet migliore, e una cornice da far invidia alla tela del più bravo dei pittori. Di quelle che mettono d’accordo tutti.

12 pensieri riguardo “Fatehpur Sikri, la città fantasma”

  1. Ciao, molto bello questo post su una città fantasma esotica. Io adoro le città fantasma anche se ne ho viste poche e solo italiane. Mi sono permesso di condividere il tuo post sulla pagina FB del mio blog. Spero non ti dispiaccia.

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  2. L’India non è mai stata nella mia bucket-list, ma sono rimasta lo stesso affascinata dal tuo racconto che mi ha portato proprio lì, in mezzo alla folla, nella confusione di colori, suoni ed odori che hai descritto così efficacemente.

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  3. Ogni volta che leggo i tuoi post sull’India mi emoziono, hai un dono nel descrivere le sensazioni. Quel caldo me lo sono sentita addosso 🙂

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  4. Che bello leggere post sull’India da chi l’India l’ha intesa davvero. E non è una cosa scontata, è il miglior complimento che un’appassionata di questa terra come me possa mai fare a un’altra viaggiatrice!

    Non ho ancora, nonostante 2 viaggi abbastanza lunghetti, visto il nord…ma la melma sotto i piedi all’entrata di un tempio è una sensazione che ho ben presente. Come il fatto che sì, il sari a quest’ora avrà fatto lo stesso giro milioni di volte. Ma questa è l’India!

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    1. Non è scontato per niente, mi hai fatto venire la pelle d’oca! Ti ringrazio 🙂
      La melma sotto i piedi mi sa che è un must al quale bisogna abituarsi…come gli spintoni e le continue richieste di foto da parte degli indiani, ma dici benissimo: è l’India, e bisogna prenderla così!
      Io sono partita da Delhi, Agra e Rajasthan, ma conto di tornare nell’india più “difficile”, mettiamola così…ma mi devo preparare ancora un po’, adesso è troppo presto!

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