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Vita d’ashram

Finora ho raccontato cosa faccio quando giro per l’isola, ma in effetti una parte del mio tempo trascorre qui, a Candidasa, nel tanto famigerato ashram cui ho accennato qualche volta: forse è il caso di fare una pausa per spendere due parole anche su quest’aspetto del mio viaggio, giusto per dare un’idea.

A qualcuno verrà da chiedere cos’è un ashram, innanzitutto.
Bella domanda, ma devo ancora capirlo bene anche io.

Mi limito a riportare quello che ho dedotto finora.

Un ashram è una sorta di comunità composta da membri di diverso tipo, ognuno col proprio compito da portare avanti per il benessere di tutti: chi cucina, chi ripara quello che si rompe, chi tiene corsi di yoga: ogni abilità è ben accetta.
Ci sono poi gli ospiti esterni, quelli come me, insomma.

Ogni ashram si ispira ad un credo ben preciso, e ha una sua filosofia di vita, e di lavoro.
Ho scelto proprio questo, l’ashram Gandhi, perchè si rifà agli insegnamenti di Gandhi, appunto, e perchè qui l’ospite è libero di decidere se e come prendere parte alla vita del gruppo, cosa che non è così scontata, come ho avuto modo di vedere nelle mie ricerche (l’oriente è pieno di ashram).

Qui, insomma, non ci sono costrizioni di nessun tipo, e la cosa mi è piaciuta subito: non volevo correre il rischio di trovarmi in qualche specie di lager per fanatici dalle tinte indù. Un mese di prigionia si evita sempre volentieri.

Mi sono invece trovata in quella che è una grande famiglia, dove sono stata accolta subito come una di casa; ho ancora in mente la prima chiacchierata con Rudy, il figlio del fondatore, quando mi ha chiesto: “Ma come ci hai trovati?” e io gli ho risposto con tutto il mio candore “Per caso, su internet”.
Mi ha sorriso, e mi ha stesa “Niente è per caso”.

Ormai ci credo anche io.
Qui il tempo per pensare non manca, e la conclusione alla fine è sempre questa (non mi riferisco solo alla scelta dell’ashram, ma alle situazioni che la vita ti piazza tra i piedi strada facendo: c’è sempre un perchè, il problema è che il più delle volte lo ignoriamo, di proposito o no).

Ok, è tutto molto bello, ma cosa faccio, concretamente, quando sono a Candidasa? Alla fine non l’ho ancora detto!

Mi sveglio verso le 7.30 (se vado a correre, anche prima), e mi godo la vista dalla mia veranda bevendo il primo caffè balinese della giornata, col libro in mano, o con la Lonely Planet.

La colazione è alle 8.30, e come tutti i pasti si consuma insieme agli altri ospiti, e ai membri dell’ashram, in quella che è una sala senza pareti, un patio, giusto un tetto in legno e un pavimento di pietra, seduti per terra a formare un grande quadrato intorno alla stuoia imbandita; scarpe o ciabatte vanno lasciate rigorosamente in fondo ai tre scalini (fighissimo)!

La giornata trascorre tra lettura, post e spiaggia (esattamente davanti al bungalow: chi mi ammazza); generalmente pranzo con della frutta, o con del gelato (la colazione è già una bella botta di suo!): gli altri ormai sanno che non mi devono aspettare.

Da notare che nel pomeriggio ci sono le sessioni di yoga (anche per visitatori esterni: è sempre pieno!) che finora, per un motivo o per l’altro, ho sempre mancato (mi riprometto di tentarne una prima di tornare a casa!).

L’ora di cena arriva in fretta, perchè qui si cena alle 18.30: peggio che in Brianza! Ma per una che salta il pranzo, alla fine non è così male!

Quello della cena è un buon momento per scambiarsi racconti e impressioni con gli altri ospiti o membri, e per fermarsi a chiacchierare insieme, visto che durante il giorno ognuno ha il suo da fare, tra attività interne e viaggi fuori.

Ogni tanto nel pomeriggio gironzolo per la cucina, alla caccia dei segreti delle ricette balinesi, o scambio qualche parola con la mia vicina di bungalow, australiana, qui anche lei per un mese con la sua bimba di due anni, Lulù, o in alternativa vado a dar fastidio a Kawi, che quando non fa corsi di yoga si occupa di amministrazione.

Insomma, ad annoiarsi bisogna essere bravi!

Sicuramente le occasioni per arricchirsi qui abbondano: ognuno ha una storia da raccontare, o un volto da far conoscere, non ci si limita a transitare per una hall, si parla davvero con le persone.

Persone autentiche.

Perchè come dice Anom, il mio driver di fiducia, che ormai è più che altro un socio a delinquere, “this is the real Bali”, la “jungle Bali”, come la chiama lui, quella delle persone che guardando la luna ti dicono a che ora sale la marea, e a che ora smette di tirare il vento.

Sì, perchè anche il soffio del vento dipende dalle fasi lunari: l’ho imparato qui, dall’altra parte del mondo, grazie allo sguardo vispo di un pescatore che parla solo il bahasa, ma che conosce ogni singola onda che si schianta su questa costa.

Real, Bali.

Gili: forse qui si può dire di avere delle isole negli occhi.

Il viaggio verso le isole Gili inizia nel traffico incanalato in direzione Padang Bai; carovane di camion trasportano roccia e sabbia vulcanica verso la parte occidentale dell’isola: sono i materiali dell’edilizia balinese, di qui il colore plumbeo della maggior parte di edifici e templi.

Credevo che la traversata dell’andata fosse per stomaci forti, o alla peggio vuoti, fino a quando non ho avuto a che fare col viaggio di ritorno: 80 interminabili minuti per mare, durante ai quali ho sentito colare tra le tempie una sensazione molto vicina al panico, e durante i quali ho più volte visto l’orizzonte di traverso (voglio precisare che non è una metafora: la bagnarola si divertiva a travestirsi da offshore. In queste situazioni, o si ritrova la fede, o la si affossa definitivamente sotto una montagna di improperi).

Ma lasciamoci alle spalle la parentesi di terrore, perchè le Gili sono state ben altro, e i 10 anni di vita che ho lasciato sulla strada per raggiungerle sono stati ben spesi.

Quando dici Gili, ti guardano, ridacchiano, e ti chiedono “Magic mushrooms?”
Anche no, prenderei strade diverse, se per voi va bene!

Sto parlando di tre isolette al largo di Lombok, probabilmente dimenticate anche dal dio dei viaggiatori (credits ai Modena per la citazione colta); per dormire mi sono scelta la più “grande” Trawangan, altrimenti detta party island, dove la vita ha la cadenza del reggae che tanto adoro (Bob, Peter, Jimmy, c’erano tutti!), e certamente più adatta a chi viaggia in solitaria e non vuole tagliarsi completamente fuori dall’universo: lasciamo le sorelle minori a coppie e famiglie.

Mai come in questa situazione ho avuto la conferma che è la persona che lo vive a fare di un posto quello che realmente è, non l’etichetta che gli viene in genere affibbiata; non nego che tra tropical moon, mojito e horizontal lounge mi sono data il mio bel da fare, ma i momenti in cui Gili T mi ha rivelato tutto il suo fascino erano le mattine, quando, strani personaggi a parte, i più dormivano, e l’unica compagnia erano lo schiocco della risacca e il tintinnio dei campanelli dei cidomo (sono selvatica, alla fine, che ci posso fare).

I cidomo sono dei carretti di legno trainati da un cavallo, che ti sfilano per strada ad ogni ora, unici mezzi di trasporto su queste isole, insieme alle biciclette: niente motori (se ci andate durante il Ramadan, ci pensa il muezzin a fare casino di notte).

Un posto come questo va vissuto almeno una volta nella vita: qui davvero ti fai un’idea di come il mondo possa nascondere delle perle rare nei suoi giochi di prestigio, qui vedi che nonostante tutto quello che hai già visto, ti mancherà sempre qualcosa da scoprire, che magari non sapevi nemmeno esistesse.

Che isole.
Anche loro, terre d’incontri.

Paolo, qui in vacanza come me, ha lasciato Genova a cavallo dei suoi 25 anni, e fa il pizzaiolo a Sydney per raccogliere i soldi per il visto studentesco: in Australia costa una follia, ma lui lì ci vuole stare per sempre, e l’unico modo è passare il famigerato esame di lingua. Intanto divide l’appartamento in periferia con altri sette sciammanati come lui, e dice che è un gran casino.
E che ci sta da dio.

Angelo, che alle Gili si è trasferito definitivamente anni fa, per aprire quel villaggio dove ho dormito tre notti.
Anche lui di Genova (pare quasi una colonia), ha piazzato sulla sua spiaggia la bandiera della Samp, e mi ha rinfacciato lo scippo di Pazzini; è un vulcano, non ci sono altre parole per definirlo.

Con Angelo ci rivedremo a Legian, nella Bali dell’ovest, quella più turistica e più busy, come dicono qui: mi sono aggregata a lui e a suo figlio per un paio di giorni tra shopping, mare e qualche cosa da vedere; per convincermi (non che ci abbia messo molto) mi ha promesso la miglior cena balinese della mia vacanza: potevo resistere?

Vedremo se millanta, o se sarà in grado di competere con quelle delle prime settimane: la lotta è dura, ma per la sfida c’è sempre posto (nello stomaco anche, purtroppo).