Ho iniziato a viaggiare fin da piccola per “colpa” dei miei genitori, che non ringrazierò mai abbastanza (ecco, magari quando spendo troppo per i biglietti aerei li ringrazierei un po’ meno, ma va bene uguale): con loro ho girato mezza Europa, probabilmente anche di più, a pensarci bene.
Quando hai quindici anni o giù di lì e ti capitano due genitori del genere, non ti rendi proprio conto che hai una gran fortuna, magari pensi che sarebbe stato meglio andare al mare, che a restare con gli amici di sempre ti saresti divertita di più alla faccia dei viaggi, e che a lasciare a casa il fidanzatino poi chissà se lo ritrovi: in certi casi è sempre meglio stare sul pezzo.
La prima immagine della mia Istanbul è quella di un tram un po’ sudato che corre verso il centro: mi è sempre piaciuto prendere i mezzi pubblici, sono il modo migliore per capire subito quello che mi aspetta.
Venerdì scorso su quel tram c’erano bambini che tornavano da scuola, signore con le buste della spesa e gente che armeggiava con mappe e affini, proprio come me. Sono scesa a Karakoy, la prima fermata dopo il ponte di Galata: volevo mollare lo zaino in camera prima di andare in giro, ma non ce l’ho fatta, sono andata dalla parte opposta.