Sydney: due spiagge da sogno e una cena tra le nuvole.

Una delle tante cose che mi ha colpita di Sydney è l’acqua del porto: in genere ci si aspetta le peggio cose da certi ambientini, ma per il Nuovo Galles del Sud questa regola non vale, evidentemente.
Io nell’acqua del porto di Sydney ci avrei fatto il bagno!

Potete quindi immaginarvi come sono messe le spiagge: dei paradisi tropicali a portata d’ufficio.
Dico a portata d’ufficio perché più di una volta mi è capitato di vedere attorno alle 16.30/17.00 impiegati in giacca e cravatta che salutavano le scrivanie con la loro tavola sotto al braccio e si infilavano tra le strade che iniziavano a popolarsi della sera.

E’ questo che si intende quando si dice che ad una città non manca niente, e Sydney ha davvero tutto.

Ci si potrebbe fare un blog sulle spiagge di Sydney, mi limiterò a dare un flash sulle due che più mi hanno colpita, lascio poi tutto il resto alla curiosità di ciascuno.

Mi pare quindi d’obbligo partire da Bondi Beach, ci sono alternative?
Probabilmente di Sydney è la spiaggia per eccellenza, sicuramente la più conosciuta.

Bondi beach

Ci si arriva in autobus, passando in mezzo a case con l’aria un po’ british e sfilando oltre la Bondi Junction: casomai vi dovesse assalire un’irrefrenabile voglia di shopping, fate tappa qui che risolvete il problema!

On the way to Bondi beach

Arrivati a destinazione sarete accolti da nugoli di surfisti, skaters e patiti dell’abbronzatura, in un fornitissimo campionario di tipi umani; quando ci sono stata io c’era pure Babbo Natale e vi garantisco che trovarselo davanti quando si è in costume alle prese con una lattina ghiacciata fa il suo certo effetto.

Non faccio cenno ai colori lì attorno, che tanto ci siamo già capiti.

Se abbandoniamo la periferia est della città e ci spostiamo a nord finiamo dalle parti di Manly.

Manly di fatto è una penisola, ci si può arrivare via terra o si può tagliare passando per la baia, comodamente seduti su un traghetto (si parte dal Circular Quay), che poi è quello che ho fatto io.

Manly wharf

A onor del vero, il mio viaggio tanto comodo non lo è stato, che le onde si sono prese qualche libertà, ma niente di tragico c’è da ammettere; fatto sta che una volta arrivati a destinazione, quanto a spiagge c’è l’imbarazzo della scelta: da quelle che si affacciano sbruffone sull’oceano a quelle che si rifugiano nella baia, tanto vicine quanto diverse.

A beach in Manly

Ma io a Manly ci sono andata soprattutto per un motivo: il traghetto del ritorno.

Già, ho preso quello delle 18.55 e il tramonto australe mi ha regalato uno skyline da cartolina, di quelli che appenderesti il sole con un filo su nel cielo perché aspetti ancora un po’ ad andare giù.

Back to downtown

E’ in momenti come questi che uno alla fine si consola con una cena ad alta quota, che vuoi farci.

Sopra la Sydney Tower, a circa trecento metri d’altezza, c’è il “360 Bar and Dining”, un ristorante panoramico di quelli che ruotano, casomai ad un certo punto ci si dovesse stancare della vista.

Sydney from the top

Beh, qui mi sono goduta la città dall’alto con un bel calice di Shiraz e un filetto d’angus che hanno dato una gran mano a quella poesia che colava giù oltre i vetri, fin nei riflessi dell’acqua là nel porto.

Shiraz always helps

Nyepi, quando è tempo di fare silenzio.

Sul Nyepi, che pare tanto una bizzarria balinese, avevo già fatto un accenno veloce in questo post; direi che è arrivato il momento giusto per spendere qualche parola in più, visto che…il Nyepi è proprio oggi!

Partiamo dal significato: Nyepi vuol dire “silenzio”.

Offerings @Candidasa temple

Quella del Nyepi è una ricorrenza indù osservata a Bali, con la quale si celebra l’inizio dell’anno nuovo (il calendario balinese è una faccenda terribilmente complicata, prendiamola per buona così com’è e non ci avventuriamo oltre, vi prego).
In questo giorno è assolutamente vietato fare qualsiasi cosa.

E’ vietato lavorare (questa è dura, in effetti), ascoltare musica, accendere la luce quando diventa buio; è vietato viaggiare, con qualsiasi mezzo: anche l’aeroporto è chiuso, non si alza un aereo, men che meno ne arrivano da fuori.

I cosiddetti integralisti, chiamiamoli così, neanche parlano.

Non si può andare in giro per strada nemmeno a piedi, che se ti becca la Pecalang (la polizia del Nyepi) non è carino.

Va a finire che in questo giorno si è praticamente obbligati a stare con se stessi e ad ascoltarsi un po’ più del solito, che per come la vedo io non è affatto male, anzi.

Vi starete chiedendo il perché di quella che sembra quasi una follia: in effetti una logica c’è, che non è che si fanno le cose a caso.
Precisiamo però che stiamo parlando di logica balinese, quindi dell’altro mondo, anche se devo dire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che in questa logica mi ci ritrovo molto di più che in quella occidentale.

Comunque.

Il silenzio serve ad ingannare gli spiriti maligni, che è meglio iniziare l’anno senza averli tra i piedi; questi vedono che l’isola è deserta e quindi non possono fare altro che andarsene, ovvio.

A pensarci bene, l’atmosfera dev’essere di quelle da alba del giorno dopo.

C’è però da precisare che il balinese non se ne sta lì zitto e al buio nel suo angolino ad aspettare di far fesso il demone, diciamo che si porta anche avanti nel lavoro; è per questo che la notte che precede il Nyepi è attraversata da parate e rituali, oltre che dagli ogoh-ogoh: grandi fantocci dalle sembianze demoniache, appunto, costruiti per essere bruciati, in modo tale da favorire la dipartita dei maligni in una sorta di esorcismo.
Va bene nascondersi, ma non senza aver messo un po’ di quella roba addosso agli scocciatori, eh.

Quindi il marasma prima della quiete (ve l’ho detto che nell’altro emisfero le cose funzionano al contrario).

Ogoh-ogoh parade from worldislandparadise.com

Oppure semplice equilibrio, come dice Terry; infilata nella zucca ho una delle sue frasi che credo mi porterò appresso fino quando rimarranno giusto i vermi a farmi compagnia (scusate, sto leggendo di nuovo Lansdale e un po’ mi condiziona): “everything is balance”.

Verissimo, toccato con mano.

Ma a proposito di Terry e dell’ashram di cui tanto ho parlato (e di cui tanto parlo tuttora a chi suo malgrado mi deve sopportare), voglio chiudere con un link dove questa cosa dell’equilibrio e dei rituali viene spiegata molto meglio di come posso fare io; è Terry a parlare, e anche Rudi (altra vecchia conoscenza).

Non so se vi farà lo stesso effetto, ma per quanto mi riguarda, se mentre leggo stacco la spina, riesco a vedere la spiaggia, a sentire l’incenso, e pure il rumore delle foglie che abbaiano al vento come un cagnetto un po’ rognoso.

Sunset @ashram beach

Riesco a sentire quell’atmosfera che mi ha circondata per un mese intero e che mi attira di nuovo senza mai stancarsi, quella che tra pochi mesi non avrò bisogno di staccare la spina, perché ce l’avrò lì ancora tutta intorno.

Buon Nyepi a tutti.

Viaggi, tatuaggi, pensieri e fotografie di Cabiria, una fissata con l'Asia, che ogni tanto scappa anche a Ovest.