Mi chiamo Gusde, che è un po’ come dire buongiorno.

Si presenta proprio così, tendendomi la mano: semplicemente meraviglioso, col suo sorriso a sessanta denti, senza esagerare.

Gusde mi aspetta agli arrivi internazionali, tra una selva di cartelloni di ogni tipo: il volto patinato dell’isola, con i suoi tour operator.

Per andare all’ashram ci mettiamo circa un’ora e mezza, gonfia di chicche di chi l’isola la vive da circa 40/45 anni (a vederlo, l’età sembra questa).

Gusde ha studiato all’ashram, come tanti qui nella zona di Candidasa; di professione driver e guida, passa la vita sulla strada (a volte dormendo in macchina), e i viaggi dall’aeroporto all’ashram sono quasi tutti a carico suo: lui qui è di casa, è rimasto legato a queste persone, anche quando la scuola l’ha finita e si è buttato nella vita vera.

Qui tutti ritornano, in un modo o nell’altro, e inizio a capire il perchè.

Quando arriviamo, Gusde si ferma un po’ a strimpellare la chitarra, mentre conosco Rudy, il figlio del fondatore della comunità, che vive in Australia, ma che torna qui due mesi l’anno per i tanto attesi yoga retreat (sto giro, oltre a Kawidana, che è qui in pianta fissa, c’è anche un insegnante olandese, avrà 30 anni circa: niente male!).

Ma torniamo a Gusde.
Si infila nel traffico strombazzando alla selva di scooter che affollano la carregiata “Questi vanno a Kuta, dopo la deviazione spariscono tutti.”
Meno male, direi.

Inizio a chiedergli un po’ di informazioni, e lui non si risparmia: gli brillano gli occhi quando racconta, e non sono le luci del traffico, è l’orgoglio di sentirsi parte di qualcosa che si ama, e si rispetta.

Grazie a lui imparo che a Bali esistono due tipi di spiaggia: le “male beach” e le “female beach”, sì, maschio e femmina; i maschi sono dotati di sabbia nera (qui i vulcani non mancano), che sprofonda nell’oceano a pochi metri dalla riva, le femmine invece hanno la sabbia bianca, che prima di arrendersi all’acqua si spinge almeno 200/300mt oltre la costa: questa giuro che mi mancava!

Passiamo davanti ad un gruppo di persone intente a trafficare con fascine di legno, e mi spiega che stanno preparando una Badee, una pira, per un funerale che si svolgerà l’indomani; quella delle pire è un’usanza che si sta un po’ perdendo, perchè molto costosa “i balinesi non usano i soldi per vivere bene, ma per morire bene”, mi dice “ma adesso tanti si fanno cremare: più veloce ed economico”. Fatto sta che la Badee è una cosa impressionante, sarà stata alta circa 20mt, e pensare che poi la devono anche spostare a mano (in genere ci vuole una trentina di persone) sul luogo del funerale: pare brutto costruirla direttamente al posto giusto.

L’occasione gli dà l’aggancio per parlare di templi, e di induismo; lo ascolto affascinata: noi occidentali certi entusiasmi li abbiamo persi, io per prima, forse li diamo un po’ troppo per scontati.

Non sto a fare tutta la storia ora, diventerebbe lunga, mi limiterò a riportare la cosa che più mi ha colpita: i templi sono organizzati in “livelli”, stabiliti in base alla territorialità, al bacino di persone che vanno a coinvolgere; al livello più intimo, più raccolto, c’è il cosiddetto “family temple”, il tempio di famiglia, dove ogni componente si deve recare a pregare o a fare un’offerta almeno una volta ogni due settimane (del calendario balinese, non le nostre: adesso che ci penso però non ho chiesto a quanto corrispondono. Disastro!).

Chiedo se in questo modo uno non si senta troppo vincolato, anche fisicamente, ma Gusde mi dice che si può sempre costruire una specie di simulacro da portarsi appresso: la cosa importante è non mancare l’appuntamento, perchè qui a Bali “everybody knows where he comes from”.

Non credo ci sia bisogno di commentare questa frase, è bellissima di suo: mi rimbalza nella testa ancora adesso!

Milano – Candidasa fanno 28 ore

Scrivo dal patio di quella che per un mese sarà la mia casa, col vento che va a dar fastidio all’oceano; il ragazzo si vendica con sputazzi di schiuma bianca, che si arrampicano a spezzare il blu tutto attorno: intraprendente.

Ma andiamo con ordine, questa è un’altra storia.

Adesso voglio parlare del viaggio.

Non racconterò di aeroporti, check in, scali e attese.
Parlerò di volti, quelli che ho incontrato nelle ultime 28 ore.

Non me ne vogliano i cugini rossoneri, ma il primo volto è quello di Julio, il portierone: per sempre nei nostri cuori! Ottimo inizio, non potevo non menzionarlo.

Altro volto, anzi, volti: quelli dei due ragazzi in viaggio di nozze, sul volo per Abu Dhabi, che hanno condiviso con me la pena inflitta dal mio ingombrante vicino col suo russare: semplicemente scandaloso, non c’è da stupirsi se ogni tanto mi scappava qualche gomitata (ops! Sorry!) che lo svegliava, lasciandolo con un’espressione inebetita per qualche minuto. Tregua per le nostre orecchie prima del nuovo massacro.

La coppia, dicevo.

Due ragazzi siciliani che volano verso la Malesia, primo viaggio intercontinentale per loro, preparatissimo; negli occhi l’entusiasmo per una destinazione paradisiaca, insieme ad un po’ di timore per la lontananza da casa, tenuto a bada in qualche modo dalla meticolosità del tour operator. Parlano di escursioni organizzate, si chiedono se riusciranno a mangiare qualcosa, e si sono riempiti la borsa di fermenti…
Se penso al mio, di viaggio di nozze…zaino in spalla e guida degli ostelli: probabilmente non sono troppo normale, ma l’Australia me la sono gustata fino al midollo (e senza fermenti).

L’altra faccia della Malesia l’ho scoperta con Andrea, ad Abu Dhabi, in attesa dei rispettivi voli: lui ha deciso di viverci là, e il suo racconto fatto di gente, posti, colori e soprattutto odori (nel senso di puzze, non di incensi) non lo trovi da nessuna parte, neanche sulla Lonely Planet (sacrilegio!!!).
Giusto Salgari può essere d’aiuto in questi casi.
Il problema con Andrea è che mi ha fatto venire voglia di aggiungere una meta in più alla mia wishlist, sempre più lunga, meglio non pensarci, adesso sono qui.

Il viso di Ryan, rosso per il sole, l’ho trovato a Jakarta, anche lui in attesa del volo per Bali: Ryan viaggia verso Kuta, col barrel negli occhi, la tavola nella stiva e un paio di infradito di gomma che hanno solo metà suola. Ha i capelli arruffati e un chiodo fisso: il surf; di tutto il resto, come dice lui, “IDGAF”, non gliene frega niente (tradotto un po’ più in francese, per gli occhi perbene che mi leggono!). Quanto mi sono mancati, questi australiani, meravigliosi nel loro vivere easy (e non è delle ciabatte che parlo).
Ne incontrerò parecchi da queste parti; alla fine, da Brisbane (Ryan docet) sono solo 4 ore di volo.

C’è poi un ultimo volto, quello di Gusde, il mitico driver balinese che mi ha accompagnata all’ashram, ma lui si merita un post tutto suo!

Viaggi, tatuaggi, pensieri e fotografie di Cabiria, una fissata con l'Asia, che ogni tanto scappa anche a Ovest.

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