#altertrip: di quella volta che siamo andati a Marsiglia in pullman_parte I

Ci sono viaggi che la fantasia ne ha da imparare dalla realtà.
Ci sono viaggi che non è possibile tutto quanto insieme eppure va proprio così.
Sono proprio quelli i viaggi che diventano prima ricordi che ci sorridi su e poi aneddoti da raccontare con il sottofondo di una risata che si è fatta grassa.

Marsiglia è passata da poco ma è già aneddoto, e che era da ridere si è capito subito.

Marseille

Tutto inizia nella Milano di un venerdì di sciopero dell’ATM, in quella ridente località che è Lampugnano; nonostante lo scrupolo di avvisare del nostro ritardo neanche esagerato, che se uno a Milano ci arriva in treno non può pretendere di spaccare il secondo, monsieur le capitaine, anziché darci il benvenuto a bordo del bus come millantato, decide che magari i convenevoli li lasciamo per un’altra volta e che l’attesa non fa per lui, così parte.
Au revoir.

D’altronde, dieci minuti in un viaggio di nove ore sono quelli che fanno la differenza, come si fa ad aspettare?

Il bus successivo per Marsiglia è in partenza alle 13, e questa invece è l’attesa che non fa per noi, perchè uno fa anche a meno di cinque ore scarse in un angolo di mondo così struggente, se non altro per un minimo di amor proprio. Pure lo sciopero, però!

Ma sono proprio le difficoltà ad insegnare di non darsi mai per vinti, scopriamo così che un pullman prima esiste eccome, e dato che non è possibile cambiare-i-biglietti-non-sia-mai, decidiamo di acquistarne di nuovi: ormai vale tutto e in certi casi un po’ la si prende sul personale.
Il problema è che manca meno di un’ora alla partenza, quindi perché mai il cliente dovrebbe poter acquistare un biglietto e partire? Troppo facile, vendite chiuse, senza appello.
Very sorry.

Ma come?

La ragazza oltre il vetro ci guarda con una faccia che assomiglia più ad una maschera di cera (anche se in certi casi il termine più appropriato è cerone) e fa spallucce, che lei è lì perché deve.
Very sorry.
Questa l’ho già sentita.

Risparmio ora il racconto della compilation di vicissitudini dei minuti successivi, basti sapere che alla fine il ruolo di deus ex machina se lo è accaparrato una telefonata piombata da Parigi a rischiarare il grigiore meneghino, probabilmente coi suoi toni minatori.
Lezione numero uno: se hai conoscenze in alto, sfruttale.

Si parte, direzione Aix en Provence.

Già.
E noi che dovevamo andare a Marsiglia.
Beh, iniziamo ad avvicinarci, poi ci pensiamo.

From the window_Liguria

Il pullman sfreccia allegro lungo il litorale ligure, tra scorci da cartolina e soste cronometrate che guai a non presentarsi in tempo alla ripartenza, ma non scherziamo su ste cose, che già abbiamo dato; va detto che dalla nostra abbiamo gli autogrill, che paiono scelti apposta per invogliare il viaggiatore a non abbandonare il veicolo.

Nice place!

Segnalo a questo punto un momento nel quale la tragicità ha sfiorato le vette più alte: in occasione della sosta per il pranzo, Marco, che si è spartito con me questa avventura, si convince di aver lasciato il cellulare in autogrill.

Il primo tentativo disperato, istinto puro, è quello di dirottare il pullman all’altezza di Imperia, ma l’attacco viene respinto da monsieur le capitaine the 2nd con sprezzo del pericolo: non sa quel che rischia, ogni blogger che si rispetti darebbe almeno dieci anni di vita per il suo I-Phone, certe cose non si toccano.

E’ il panico.
Ci sforziamo di ragionare, anche se finora sono poche quelle che sono andate bene e ci concentriamo sulla priorità: il cellulare.
E’ proprio qui che accade il miracolo (grazie buon karma, ti devo un favore).

In un attimo di lucidità ricordo di averlo visto (il cellulare, non il karma: quello mi è passato davanti tante volte quel pomeriggio) tra le mani di Marco poco prima di risalire a bordo, quindi non può essere lontano, diamine.

Infatti.

Mi guardo attorno e lo vedo nascondersi strafottente tra le pieghe dello zaino: possiamo abbandonare i nostri piani bellici, che a questo punto si pensava di stordire l’autista in qualche modo per impossessarsi del mezzo.

Cosa non si fa per sopravvivere.
Cosa non si fa per sopravvivere.

Ci mettiamo invece comodi, che tanto il tempo non manca e vediamo di capire come fare a spostarci da Aix a Marsiglia dove abbiamo appuntamento col nostro contatto: gli scriviamo e la risposta è di quelle che finalmente tiri il fiato.

“Non c’è problema ragazzi, vengo a prendervi io!”

Molto bene, le belle notizie, che siamo già in ritardo di più di due ore.

“Arrivo col treno delle 19.10.”

Ah, ecco. Pareva strano: questo viene a prenderci in treno, ovvio.
In certi momenti ci si scambiano sguardi perché ci sono cose che le parole non sanno dire.

Decliniamo la gentile profferta con fare altrettanto gentile perché alla fine siamo gente per bene, e ci assumiamo la responsabilità di proseguire con le nostre forze fino a destinazione, nonostante tutto.

Appunto. 

Rendiamo onore a quelli che non ce l'hanno fatta.
Rendiamo onore a quelli che non ce l’hanno fatta.

Nella prossima tappa vi racconto cos’è successo da Aix a Marsiglia, che sono poco più di 30 chilometri, ma viste le premesse poteva andare tutto liscio?
Ma quando mai, siamo seri.

SAN FRANCISCO UNDERGROUND parte 3: otto cose che le guide non dicono.

Terza e ultima tappa nella nostra San Francisco alternativa, tra parchi per local, bagni alla fine del mondo e un dolce, giusto per finire.

My San Francisco

Dolores Park 

Dolores Park si trova sul confine del Mission District, quartiere messicano, ed è uno dei parchi più belli della città.

Meno noto del più famoso Golden Gate Park, è molto popolare tra i residenti, che nel fine settimana lo prendono d’assalto per sfidarsi tra pallavolo e frisbee, poco importa, per imbastire picnic, o anche per improvvisare vere e proprie “mini-discoteche” giusto per fare un po’ di casino tra di loro.

Ah, qui bevono pure all’aperto, alla faccia di tutti i divieti a stelle e strisce: d’altra parte siamo a San Francisco e il bello di questa città, come dice la nostra guida, è che sa essere “mellow ma al tempo stesso trasgressiva”, che le due cose possono andare tranquillamente a braccetto e qui lo fanno eccome.

Da segnalare da queste parti gli imperdibili Sandwiches di Ike’s, perfetti per calarsi nella giusta atmosfera!

Oltre ai sandwich di Ike's, pizzerie dal look metropolitano in Haight Ashbury
Oltre ai sandwich di Ike’s, pizzerie dal look metropolitano in Haight Ashbury

Sutro Baths (Lands End)

“I bagni alla fine del mondo!” [cit.]

Aperti nel 1896 come il più grande stabilimento balneare indoor del mondo, i Sutro Baths sono stati chiusi negli anni Sessanta del secolo appena concluso; sono una bella vista per chi sa apprezzare quell’atmosfera un po’ decadente e se vogliamo di degrado, che bisogna essere cultori del genere, me ne rendo conto, e io confesso di esserlo.

Incamminandosi verso Nord ci si imbatte in un percorso molto bello che costeggia l’oceano e scorta il visitatore fino a China Beach, dove si apre una bellissima vista sul Golden Gate Bridge e questa è per cultori del viaggio, senza discriminazioni.

La storia di Sutro, singolare soggetto, è di quelle che meritano una sbirciatina, anche semplicemente online; ingegnere con la passione per i libri, è stato per due anni sindaco di San Francisco e ne ha combinate non poche: il classico vulcano di idee.

Cheesecake Factory, un altro posto da non perdere.
Cheesecake Factory, un altro posto da non perdere.

Fortune Cookie Factory, Chinatown

Avevo anticipato che in realtà le cose che le guide non dicono sono nove, e alla fine eccolo il nostro dolce, scusatemi, ma non potevo non dire nulla di questo posto, quasi ci sono affezionata!

E poi adoro fare programmi che non rispetto.

La fabbrica dei biscotti della fortuna si trova guarda un po’ in Chinatown, in Ross Alley, per la precisione: uno dei vicoli più antichi della città, un tempo sede di bische e bordelli, che oggi ha messo la testa un po’ a posto (c’è speranza per tutti).

La fabbrica è operativa dagli inizi degli anni Sessanta e a passare da queste parti si corre il rischio di andare via dritti e non vederla, che non è che ci sono insegne accattivanti: qui si lavora e tanto basti, siamo cinesi. Per fortuna non si può ignorare il profumo che invade il marciapiede e che obbliga a fermarsi per cercare di capire chi diavolo c’è lì attorno che pare essere caduto nello zucchero filato.

E’ bellissimo vedere le mani agili delle signore che si affrettano a chiudere i bigliettini dalle magiche profezie nelle cialde ancora calde, che se si raffreddano poi chi le piega più, ed è bellissimo vedere il sorriso dorato dell’omino senza età che ti racconta qualcosa di poco comprensibile al solo scopo di venderti un po’ di quella delizia: e come fai a non comprare?

Io non ci sono riuscita, sarò la solita, che ci si può fare, ma devo dire che lo rifarei, anche se le profezie non ci hanno azzeccato nulla, come al solito niente di nuovo.

E rifarei pure un giro da queste parti, che davvero è una città di quelle che rimangono appiccicate addosso.

Non per il profumo di zucchero filato, non per la pioggia che ti incolla i capelli in faccia quando giri per Chinatown, non per il senso di vertigine che ti dà Lombard Street quando guardi in basso.

Lombard Street, Russian Hill

Non per il cable car che ti scorrazza su e giù per le colline, e che quando arriva a fine corsa l’omino deve scendere a girarlo.
Non per l’impatto di Alcatraz, non per il Pier 39 gremito di turisti a caccia della zuppa di granchio.
Non perché quando giri per Castro ti pare quasi di vederlo, Milk.

Harvey Milk Plaza, Castro

Niente di tutto ciò.

Semplicemente perché è San Francisco.

Viaggi, tatuaggi, pensieri e fotografie di Cabiria, una fissata con l'Asia, che ogni tanto scappa anche a Ovest.