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Nelle risaie sotto l’equatore, le mondine hanno il cappello a punta

Finora li avevo visti solo nei cartoni animati, confesso, ma esistono davvero!
Parto verso le 8 con Belly, la mia guida: la mattina la vista è migliore, dicono, e fa meno caldo.
Destinazione Kastala Tenganan, ovvero le risaie della zona est dell’isola e un villaggio remoto ma non troppo, dove hanno affinato l’antica arte della sopravvivenza vendendo manufatti di ogni genere a chiunque abbia lineamenti tendenti all’occidentale.
All’ingresso delle risaie siamo salutati da un’allegra banda di teppe: massimo 60 anni in sei, ma anche meno, che se ne sta a giocare e canticchiare (domenica niente scuola, è una legge universale) incurante del tempo che passa.
Belly è una chiacchiera unica, da stordire! Lo ascolto e ogni tanto mi estraneo, distratta dal paesaggio che mi circonda, e anche per dar tregua ai timpani, ammetto.
Certi scorci finora rubati solo a fotografie altrui tolgono il fiato, impossibile far passare con le parole queste sensazioni: privilegio per pochi.
Belly continua a raffica, e, mentre mi racconta dei metodi di coltivazione, cerca di trovare qualche serpente da mostrarmi: gli dico di non darsi pena, faccio anche senza, davvero!
Tanto per cambiare, si finisce per parlare di templi (non si scappa!), e vengo informata del fatto che qui vicino c’è uno sky temple; ora, giusto per fare un po’ di casino, i templi sono anche dedicati agli elementi (basta che si preghi, insomma): abbiamo quindi, giusto per citarne un paio, i famosissimi water temple (come il Tanah Lot, ma ne parlerò tra un po’), disseminati lungo le coste, e gli sky temple, appunto, più all’interno.
Sky perché sono costruiti in modo tale che il pellegrino, affrontandoli, possa raggiungere il cielo (non in QUEL senso, ma data la tipologia di ascesa, non mi sento di garantire): hanno mille scalini da salire, e il numero non è buttato a caso, sono davvero mille!
Belly mi spiega che per affrontare uno sky temple bisogna avere la mente totalmente libera, vuota, e già io mi aspetto un prosieguo squisitamente filosofico, mentre chiedo in che senso. Risposta: “Devi per forza avere la mente vuota, perché se ci pensi, come cavolo li fai mille gradini? Non ci arrivi più in cima!”
Il karma di Belly è molto pragmatico. Non fa una piega.
È poi la volta della storia di Amreen e Lokesh, i Romeo e Giulietta versione indù: nemmeno con un sari addosso i due se la cavano meglio, moriranno entrambi senza poter coronare il loro sogno d’amore, ma saranno felici nel Nirvana.
Mostro tutto il mio disappunto a Belly: possibile che si debba aspettare per forza il Nirvana per essere felici? Nessuno ce la fa prima? Questa cosa inizia ad infastidirmi.
Mi guarda e ride: “Se credi, che ti importa se è prima o dopo? Non cambia nulla.”
Ecco, Belly, forse è la premessa che mi frega.
Rientriamo che l’ora di pranzo è passata, mi prendo un gelato al mango, pago e mi danno il resto in caramelle: “You get back what you give” mi sorride la ragazzina dietro al bancone, tendendo la mano.
Anche questo è karma, o solo svalutazione?

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Mi chiamo Gusde, che è un po’ come dire buongiorno.

Si presenta proprio così, tendendomi la mano: semplicemente meraviglioso, col suo sorriso a sessanta denti, senza esagerare.

Gusde mi aspetta agli arrivi internazionali, tra una selva di cartelloni di ogni tipo: il volto patinato dell’isola, con i suoi tour operator.

Per andare all’ashram ci mettiamo circa un’ora e mezza, gonfia di chicche di chi l’isola la vive da circa 40/45 anni (a vederlo, l’età sembra questa).

Gusde ha studiato all’ashram, come tanti qui nella zona di Candidasa; di professione driver e guida, passa la vita sulla strada (a volte dormendo in macchina), e i viaggi dall’aeroporto all’ashram sono quasi tutti a carico suo: lui qui è di casa, è rimasto legato a queste persone, anche quando la scuola l’ha finita e si è buttato nella vita vera.

Qui tutti ritornano, in un modo o nell’altro, e inizio a capire il perchè.

Quando arriviamo, Gusde si ferma un po’ a strimpellare la chitarra, mentre conosco Rudy, il figlio del fondatore della comunità, che vive in Australia, ma che torna qui due mesi l’anno per i tanto attesi yoga retreat (sto giro, oltre a Kawidana, che è qui in pianta fissa, c’è anche un insegnante olandese, avrà 30 anni circa: niente male!).

Ma torniamo a Gusde.
Si infila nel traffico strombazzando alla selva di scooter che affollano la carregiata “Questi vanno a Kuta, dopo la deviazione spariscono tutti.”
Meno male, direi.

Inizio a chiedergli un po’ di informazioni, e lui non si risparmia: gli brillano gli occhi quando racconta, e non sono le luci del traffico, è l’orgoglio di sentirsi parte di qualcosa che si ama, e si rispetta.

Grazie a lui imparo che a Bali esistono due tipi di spiaggia: le “male beach” e le “female beach”, sì, maschio e femmina; i maschi sono dotati di sabbia nera (qui i vulcani non mancano), che sprofonda nell’oceano a pochi metri dalla riva, le femmine invece hanno la sabbia bianca, che prima di arrendersi all’acqua si spinge almeno 200/300mt oltre la costa: questa giuro che mi mancava!

Passiamo davanti ad un gruppo di persone intente a trafficare con fascine di legno, e mi spiega che stanno preparando una Badee, una pira, per un funerale che si svolgerà l’indomani; quella delle pire è un’usanza che si sta un po’ perdendo, perchè molto costosa “i balinesi non usano i soldi per vivere bene, ma per morire bene”, mi dice “ma adesso tanti si fanno cremare: più veloce ed economico”. Fatto sta che la Badee è una cosa impressionante, sarà stata alta circa 20mt, e pensare che poi la devono anche spostare a mano (in genere ci vuole una trentina di persone) sul luogo del funerale: pare brutto costruirla direttamente al posto giusto.

L’occasione gli dà l’aggancio per parlare di templi, e di induismo; lo ascolto affascinata: noi occidentali certi entusiasmi li abbiamo persi, io per prima, forse li diamo un po’ troppo per scontati.

Non sto a fare tutta la storia ora, diventerebbe lunga, mi limiterò a riportare la cosa che più mi ha colpita: i templi sono organizzati in “livelli”, stabiliti in base alla territorialità, al bacino di persone che vanno a coinvolgere; al livello più intimo, più raccolto, c’è il cosiddetto “family temple”, il tempio di famiglia, dove ogni componente si deve recare a pregare o a fare un’offerta almeno una volta ogni due settimane (del calendario balinese, non le nostre: adesso che ci penso però non ho chiesto a quanto corrispondono. Disastro!).

Chiedo se in questo modo uno non si senta troppo vincolato, anche fisicamente, ma Gusde mi dice che si può sempre costruire una specie di simulacro da portarsi appresso: la cosa importante è non mancare l’appuntamento, perchè qui a Bali “everybody knows where he comes from”.

Non credo ci sia bisogno di commentare questa frase, è bellissima di suo: mi rimbalza nella testa ancora adesso!