Kampong Phluk: la Cambogia ruvida

Ad agosto sono tornata a Siem Reap per la seconda volta: la meraviglia dei templi di Angkor è un richiamo cui si resiste difficilmente, ma soprattutto, quando un viaggio diventa in qualche modo speciale, si fa sempre in modo di lasciare un buon motivo per tornare.
Io mi ero ripromessa di andare a vedere uno dei villaggi galleggianti del mitico Tonlè Sap, il più grande lago di acqua dolce del Sudest asiatico.

Kampong Phluk, Cambogia
Kampong Phluk

La scelta è ricaduta su Kampong Phluk essenzialmente per due motivi: non è distante come Kampong Khlean (di cui Andrea ha parlato in un bellissimo post, per chi volesse approfondire), e non è troppo bazar come il più vicino Chong Kneas, almeno in teoria.

Kamphong Plukh si trova a circa 30 km da Siem Reap: per l’escursione ci siamo affidati a una delle tante agenzie che ci sono in città, prenotando la sera prima; non essendo il villaggio troppo distante, si può scegliere se partire la mattina alle 9 o il pomeriggio alle 14: abbiamo scelto la seconda opzione, nella speranza che la stagione dei monsoni ci concedesse il privilegio di un tramonto sulle risaie.
[Costo dell’operazione: 18$ a testa, comprensivi di pick up presso la guesthouse, minivan, barca per raggiungere il villaggio e guida che ci ha accompagnati tutto il tempo].

Abbiamo lasciato Siem Reap a bordo di un minivan che ormai da tempo aveva sacrificato le sospensioni ai crateri lungo la strada, e abbiamo raggiunto il punto d’imbarco: nei pochi metri che ci separavano dalla barca, i piedi affondavano nel terreno argilloso fin quasi alla caviglia.

In barca verso Kampong Phluk. Cambogia
In barca verso Kampong Phluk

Siamo arrivati a Kampong Phluk navigando sul fiume marrone, tra barche che trasportavano semplici carichi di cibo, o in alcuni casi intere vite altrui: nell’area di Siem Reap la terra costa cara, e chi non se la può permettere va a vivere sull’acqua, perchè è un bene per il quale l’affitto non si paga a nessuno.
Ho sentito come una morsa allo stomaco: i bambini salutavano con lo stesso sorriso che mi aveva colpita due anni fa e io cercavo di ricambiare, ma non credo di esserci riuscita troppo.
Guardavo le case di quelli “fortunati”, che sfilavano ai bordi del fiume.

Kampong Phluk, Cambogia

Ci siamo fermati in una specie di ristorante dove chi voleva poteva decidere di pagare per farsi portare sulle barchette a remi a caccia di coccodrilli: ho deciso di non farlo, sopraffatta dalla sensazione di bazar umano, e sono rimasta sulla barca insieme a un paio di cubani di New York, che i coccodrilli non volevano vederli nemmeno in cartolina.
La guida allora mi ha portato un sacchetto di patate dolci, voleva a ogni costo che le mangiassi, tutte quante: me lo ha aperto e me lo ha infilato tra le mani. Mangiale, sono buone.
Sopra un’altra barca, intanto, una coreana sfilava sciantosa con un paio di sacchetti tipo Domopak legati attorno alle caviglie: non ce n’è, son sempre loro quelli avanti.

Kampong Phluk, boat, Cabiria Magni

Dopo il safari altrui, siamo ripartiti per affacciarci sul grande lago: la giornata era ventosa, e quelle che avevamo davanti sembravano le onde di un oceano, non di un bacino di acqua dolce.
Di quel momento, nonostante le insistenze della guida (ci mancavano le onde, dopo le patate dolci), non ho foto perchè ero troppo occupata a farmela sotto: già mi vedevo riversa sul fondo melmoso, con un titolo sensazionalistico come ultimo ricordo del mio passaggio su questo mondo “Annegata nel più grande lago del Sudest asiatico”. SBAM!

Siamo tornati al villaggio per sbarcare miracolosamente.
Le case di Kampong Phluk si reggono su pali alti circa una decina di metri: nella stagione delle piogge l’acqua dovrebbe arrivare all’altezza delle porte d’ingresso, ma quest’anno il monsone è stato avaro in tutta la regione, e così ad agosto era tutto asciutto.
Abbiamo camminato per le vie rosse di polvere, in una situazione che sembrava quasi surreale.
I due cubani di New York sono stati presi d’assalto da una nuvola di ragazzini: quando sono riemersi ho scoperto che avevano con sè delle penne, dei quaderni e del cibo, comprati dieci metri prima dalla venditrice di turno, appostata strategicamente alla fine del molo.

Le strade asciutte di Kampong Phluk. Cambogia
Le strade asciutte di Kampong Phluk

Ho visto ragazzini prendere i quaderni per ridarli dopo pochi minuti alla famosa tizia, pronti per essere venduti di nuovo alla barca successiva, e ho capito perchè la nostra guida ci aveva detto di non comprare niente: era tutta scena.
Ha usato proprio queste parole, aggiungendo che lei stessa proviene da una realtà di quel tipo e che se uno vuole, l’alternativa all’elemosina la trova sempre, basta fare una scelta.
Mi ha fatto riflettere: come al solito, il confine tra senso di colpa e pietismo è una terra di nessuno, popolata da eroi di una giornata sola.
Mentre parlava non ha mai perso il suo sorriso a 57 denti, ma a colpirmi è stata l’estrema durezza delle sue parole: era come se soffrisse per il destino di qualcun altro, irrimediabilmente segnato dalla mancanza del coraggio di fare qualcosa.

Le strade asciutte di Kampong Phluk. Cambogia

Su queste questioni non mi piace sbilanciarmi troppo perchè credo che certe realtà vadano conosciute a fondo prima di parlare, quello che però posso raccontarvi è l’effetto che Kampong Phluk ha fatto su di me: in diversi momenti avrei soltanto voluto andare via.

Quando siamo ripartiti, ai nostri cubani avanzavano ancora dei pacchetti di patatine: sono stati lanciati in acqua, in direzione dei bambini, che si sono subito fiondati a recuperarli, proprio come fanno gli animali.
A quel punto la mia morsa allo stomaco si è stretta definitivamente, con quelle maledette patate dolci appoggiate sul sedile che ormai mi davano un fastidio quasi fisico.

Kampong Phluk è uno di quei posti che si appiccicano addosso, e che vanno a grattare un po’ sotto la crosta.
E’ un posto dove qualsiasi cosa si scelga di fare, si ha l’impressione che sia la cosa sbagliata.

Quando sono tornata sul minivan mi sono abbandonata sul sedile, nell’abitacolo volteggiava la puzza del serpente fritto che la tizia dietro di me si era regalata a merenda.
A distogliermi dai miei pensieri, un regalo di quelli che non ci si aspetta più: il famoso tramonto sulle risaie, dipinto sopra uno di quei cieli che non si lasciano trovare troppo spesso nella stagione delle piogge.

Kampong Phluk, il tramonto sulle risaie. Cabiria Magni
Kampong Phluk, il tramonto sulle risaie

23 pensieri su “Kampong Phluk: la Cambogia ruvida”

  1. Ciao,
    ho letto la tua esperienza e devo dire che sono proprio convinta a fare questa esperienza!
    Stavo cercando su internet qualche agenzia, ne ho trovate un paio ma per un tour che dura mezza giornata chiedono di solito almeno 40dollari.. Ho visto invece su vari blog che conviene di piu probabilmente affidarsi ad agenzie direttamente sul posto, che sono meno costose. Potrei sapere a quale agenzia ti sei affidata te??

    Grazie mille!

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    1. Ciao! Confermo che prenotare non serve, in città ci sono diverse agenzie a cui chiedere.
      Onestamente non mi ricordo il nome della mia perché ho fatto tramite l’ostello dove stavo, il Golden Banana, ma se cerchi direttamente a Siem Reap trovi senza problemi!

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  2. Ciao Cabiria,
    In questi giorni sto cercando di organizzare un itinerario per la Cambogia e mi stavo giusto domandando se valesse la pena di includere la visita di questo villaggio.
    Dopo aver letto il tuo post, sono ancora più dubbiosa, ma propendo molto più per il “no”.
    Grazie come sempre per il modo in cui scrivi. ❤

    A presto,
    Ilaria

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    1. Ciao Ilaria, grazie a te 🙂
      È un posto particolare, come del resto tanti in Cambogia, e la scelta è assolutamente soggettiva, non c’è giusto e sbagliato.
      Sono sicura che deciderai il meglio per te!
      Un abbraccio

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  3. Quello che hai scritto è quello che ho provato in Cambogia…alla fine il villaggio sul lago l’ho saltato per via della febbre 😦 ma ho avuto le stesse sensazioni. Si può far qualcosa di buono senza entrare a far parte del circolo vizioso delle elemosine o finti aiuti. Io ci ho provato e spero che sia andato a buon fine 🙂

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  4. “(…) il confine tra senso di colpa e pietismo è una terra di nessuno, popolata da eroi di una giornata sola.”
    Gli eroi di una giornata sola.
    Noi, gli occidentali.
    NiMyN, dicono gli afroamericani della west-coast,
    Not in My Name, non a mio nome.
    Grande Cabi.
    Grande…

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  5. Scena già rivista. Di getto direi che ” I Nord Americani fanno, hanno fatto, e continueranno a fare casini così ovunque nel mondo”. La loro coscienza prude e loro la placano in questo modo.

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    1. Quelli erano cubani in realtà 🙂
      Non credo sia una questione di nazionalità, chiunque sia nato “dalla parte giusta del mondo” e abbia un minimo di sensibilità non può non sentirsi in difetto davanti a certe scene.
      Ma questa come sempre è solo la mia opinione 🙂

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  6. Come ti capisco Cabiria Durante il mio soggiorno in Cambogia ho visitato un villaggio galleggiante, per nulla turistico e forse per questo non ho assistito a scene come quelle che hai descritto tu…ma la stretta allo stomaco e la voglia di piangere terminato il “tour” nel villaggio mi ha accompagnata per tutta la serata…credo nonostante tutto siano esperienze utili agli occhi, al cuore e all’anima delle persone…
    Bell’articolo, scritto splendidamente

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  7. Anche noi partiremo per la Cambogia a breve ma non credo andremo a visitare questo villaggio. Da come ho capito se prendiamo il battello da Siem Reap a Battambang ci dovremmo passare…

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  8. Quella linea sottile tra realtà e la rappresentazione della vita reale che spesso somiglia più a un teatrino per il turista di passaggio.
    Il problema è che se non ti ci senti turista “di passaggio” te ne vai senza applauso finale ma con l’amaro in bocca e tanti dubbi.

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