Quando si nasce al confine tra tre province un po’ di casino addosso rimane sempre: ci si chiede qual è la propria collocazione precisa nel mondo e alla fine ci si arrende al famigerato spirito cosmopolita, che forse è un po’ un modo per dire che vale tutto.
Io mi ci arrendo spesso, confesso, e forse questa scusa non è poi così campata per aria.
Oggi volevo pubblicare qualcosa sul Galungan appena trascorso (non è una parolaccia, non sono così ricercata negli insulti), ma poi ho detto no, sistemiamo un po’ di foto e facciamo una bella gallery di New York, che ci sta sempre bene.
Alla fine è successo che me ne sono stata a casa per una giornata e sono andata a fare un giro.
Funziona così per tutti i racconti: quelli dei grandi scrittori, che non hanno bisogno di figure, e quelli dei grandi fotografi, che non hanno bisogno di parole.
Ecco perché io uso sia figure che parole: tante volte non mi capisco nemmeno da sola, figuriamoci gli altri.
Comunque.
Sono arrivata a Jodhpur con un’immagine ben precisa nella testa, e la colpa è di uno dei soliti noti: