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Daisho-in temple: la Miyajima che sorprende

Abbiamo deciso di visitare Miyajima in giornata da Hiroshima: dalla stazione Nishi-Hiroshima (Hiroshima Ovest) sono circa venti minuti di treno, dalla stazione principale di Hiroshima invece ci si impiega qualcosa in più. Si scende a Miyajima-Guchi, da dove si prende il traghetto (JR, quindi se avete il Japan Rail Pass non pagate nulla) che in dieci minuti sbarcherà sull’isola.

Siamo partiti per Miyajima con l’immagine del torii dell’Itsukushima Shrine negli occhi, ma quello che ci ha sorpresi alla fine è stato ben altro.
Approdati sull’isola, il primo effetto è stato un po’ di straniamento: dopo la giornata a Hiroshima, dedicata alla memoria, ci siamo trovati prima a camminare in una specie di galleria commerciale (Omotesando Shopping Arcade) zeppa di cibo e souvenir, dove manco a dirlo ci siamo fermati a mangiare nikuman e momji manju, poi siamo arrivati all’ingresso del santuario di Itsukushima, affollatissimo. Visto il gran caldo, la gente si contendeva lo spazio del temizuya non tanto per fare le abluzioni prima di accedere all’area consacrata, quanto per infilare la testa sotto un getto d’acqua fredda. Continua a leggere Daisho-in temple: la Miyajima che sorprende

Metti una volta al mercato

Come tutte le cose migliori è nata un po’ per caso, durante una delle chiacchierate post colazione con Terry (quanto mi manca! Ma secondo me l’ha capito, proprio oggi mi è arrivata una sua mail: vedi che ti combina il karma).
Quella mattina a darci il buongiorno c’era la balinese cake: viziati.

Ho chiesto a Terry se fosse opera di Wenten, mi ha risposto che in genere la compra al mercato: pare abbia una bancarella di fiducia.
E’ così che mi sono ritrovata proiettata in un mondo parallelo del quale ignoravo l’esistenza, quello del mercato alimentare.
Inutile dire che mi sono incuriosita e mi sono “prenotata” per l’uscita di due giorni dopo.

Il mercato in questione è quello di Bugbug, paese a 20 minuti di bemo da Candidasa.
Sì, bemo, l’esperienza nell’esperienza.
Sto parlando del mezzo pubblico balinese che sfreccia (parolone) per l’isola, pittoresco micropullman che mi ricorda vagamente il Type 2 della Volkswagen.

Gli orari e le fermate sono abbondantemente flessibili, nel senso che non esistono.
Uno esce per strada e spera nella fortuna: se arriva un bemo basta alzare il braccio e quello si ferma, sempre che non sia già pieno.

L’appuntamento per il mercato è alle 5 del mattino e quando mi presento trovo Terry e Wenten già seduti ad aspettarmi (non ero in ritardo, precisiamo).
Si parte.

Attraversiamo la strada e aspettiamo qualche minuto: spunta un bemo esattamente dalla parte opposta della carreggiata, Wenten alza il braccio senza farsi troppi problemi.

Guardo Terry basita e lui ride.
L’autista fa inversione a U e si ferma esattamente davanti a noi: possiamo salire, si parte.
Anche i percorsi sono piuttosto flessibili, a quanto pare.

Durante il viaggio per Bugbug facciamo due tappe: non per caricare altri passeggeri, ma per le preghiere dell’autista; passiamo infatti davanti a due templi dove ci fermiamo per le offerte.
Noi aspettiamo a bordo, Terry seduto accanto al posto di guida, Wenten ed io dietro, in mezzo alle banane.

Arriviamo a Bugbug che è ancora buio e il mercato è nel pieno della frenesia.
Wenten si muove agile tra i suoi fornitori di fiducia, io mi diverto a vederla contrattare e a lanciare la somma pattuita sopra ceste di frutta o brandelli di carne macellata da poco, credo: per certi versi lo spettacolo è piuttosto crudo.
Poi si gira, mi fa un sorrisetto alla Muttley e infila nella borsa il suo acquisto.

Il mercato è un marasma di gente, di odori e di rumori. Mi guardano tutti un po’ straniti, perché di occidentali qui non ne passano molti, specialmente a quest’ora.
Terry non conta, gira da queste parti dal ‘76 e ormai è balinese dentro (e anche fuori, specialmente la sera col suo sarong: un grande).

Da dietro le bancarelle i venditori, superata l’impasse iniziale, si sbracciano per attirare la mia attenzione e mi chiamano in una lingua che non capisco: vogliono farmi assaggiare e io subito a pensare lo facciano a scopo di lucro.
La solita brianzola.

Invece no, non provano a vendermi niente, vogliono solo rendermi partecipe di quel piccolo mondo incasinato: meraviglioso.

Dopo un’ora passata a girovagare alla ricerca del mango migliore (pura maniera, che tanto poi si cade in piedi), ricompare Wenten, fa cenno di seguirla: nessuna alternativa all’obbedienza per me e Terry. Andiamo.

Ci fermiamo davanti ad una bancarella di dolci, al centro campeggia un pentolone fumante di bubur: Wenten sa che lo adoro e mi dice che quello è il migliore del mercato.
Ne compra una porzione per me e una per Terry, come si fa con i bambini golosi (abbiamo 111 anni in due, ma non sono cose che contano).

Il mestolo affonda, il nostro bubur viene schiaffato su una foglia di banano e poi sommerso di farina di cocco e sciroppo.
Leggero.
Il pacchetto viene chiuso con una specie di stuzzicadenti.

Io e Terry ci guardiamo, e nella nostra pragmaticità pensiamo la stessa cosa: il cucchiaino. Tocca aspettare di tornare all’ashram.
Wenten intanto è sparita di nuovo. Una scheggia, chi la ferma.

Tra assaggi e bubur, arrivo tronfia all’ora di colazione, prendo solo del caffè. Wenten mi guarda strano perché rifiuto altro bubur, lo ha preparato lei stavolta: non ce la posso fare, io passo.

A tenere alto l’onore dei pellegrini notturni pensa Terry, e qui ci inchiniamo davanti all’esperienza.