Cabiria Magni

Arrivare al Lotus temple: le mie solite peripezie

La strada verso la devozione, si sa, è piena di ostacoli, e quando sono andata alla Baha’i House of Worship me ne sono accorta.

Lotus Temple, Delhi

Ultimo giorno a Delhi, con un volo ad aspettarmi intorno alle due di notte; dedico la mattina al Qutab Minar e come già detto non ci impazzisco, ma sono esperienze.

Esco dalle rovine con l’intenzione di raggiungere il Lotus Temple, perché la prima volta che ci avevo provato avevo trovato chiuso: sì, era lunedì, e io mica l’avevo letta fino in fondo la guida, son fatta così.
Son fatta così che ogni tanto mi perdo qualche piccolo dettaglio che un po’ conta, ma anche queste sono esperienze.

Esco dalle rovine, dicevo, e mi avvio verso le ormai note auto, i tuk tuk indiani.
In realtà ci sarebbe pure la metropolitana, ma la giornata è di quelle da stare al sole il più possibile e da godersi un po’ di smog, così decido di fare quest’investimento in salute.

Non faccio in tempo a mettere il piede sul marciapiede che un ragazzo mi si avvicina e mi chiede se mi serve un taxi, rifiuto: va bene investire, ma non esageriamo.
Insiste.
Rifiuto di nuovo e lo scanso.
Mi segue.

“Dimmi dove vai, ti posso aiutare.”
“Al Lotus Temple, ma no, prendo un’auto.”

Mi guarda strano e mi dice che farei meglio a prendere la metropolitana, che il tempio sta a due passi e se chiedo in giro nessuno mi ci porta.
Mi commuovo per l’altruismo e gli dico di non darsi troppa pena, anche se apprezzo.

Non credo di essere stata molto convincente, perchè rilancia offrendosi di accompagnarmi alla metropolitana.
In taxi.

Ma come?

Il Lotus Temple è troppo vicino per un tuk tuk, ma in metropolitana, cioè dall’altra parte della strada, ci si può andare in taxi.
Mah.

Lo lascio parlare e me ne vado perché mi scappa da ridere, ma lui mi segue, forse si è affezionato.

Chiedo a qualche driver lì intorno quanto costa la corsa, mentre il mio buffo amico mi viene appresso e intima al poveretto di turno di lasciarmi a piedi: in un paio di casi ci riesce pure.
Bene, inizio a scocciarmi un po’: questo tizio mi sta attaccato alla spalla peggio di una scimmia ad un casco di banane, e guardate che ho scelto la versione soft, che ci sono animali che si attaccano in posti ben peggiori.

Ad un certo punto arriva un tale che, ignaro di tutto (pure di essere al mondo, avrei scoperto poi), mi dice di salire, sparando il solito prezzaccio.

Intanto salgo, poi ci si pensa.

Tuk tuk Cabiria Magni Delhi
Sono salita, tié! [Mi vedete?]

La palla al piede inizia a sproloquiare in hindi con il mio nuovo amico, reo di avermi presa in carico.
Offro 100 rupie contro le 200 richieste e chiudiamo con affanno a 150, poco più di 1,5 €: non dite niente, lo so, è più forte di me.

Mentre siamo per strada, colui che ha osato sfidare il sistema mi chiede un paio di volte dove devo andare e il che mi dà un po’ da pensare, ma poverino, sarà sordo e in strada c’è casino.
Poi però vedo che si ferma, pare a chiedere indicazioni.
Allora non è sordo, bene.

Mi scarica dopo una mezz’ora (ho il vago sospetto che da qualche parte ci siamo persi) e gli lascio 200 rupie: la contrattazione era d’obbligo, ma lo spirito da Braveheart va sempre premiato.

Peccato che William mi abbandona all’ingresso di un parco di quelli che quando entri speri di non dover lasciare qualche organo interno come tassa d’uscita.

Mi incammino sul vialetto e nel prato vedo gente buttata per terra a far la qualunque: mi guardano straniti, forse è perché sono l’unica a non essere nata ad est dell’Anatolia.

Ma a sto Lotus Temple non ci dovevano andare tutti?
E chi li ha visti.

Continuo a camminare e chiedo lumi ad un tizio, che senza aprir bocca mi indica di andare oltre una collina: chissà se ha capito che volevo, ma ormai.
Arrivata in cima, vedo la punta del tempio: mannaggia a Braveheart, che mi ha lasciata a due chilometri!
A saperlo, le 50 rupie in più se le sognava, quello scozzese.

Lotus Temple, Delhi
In lontananza, il Lotus Temple

Proseguo e passo in mezzo a gente che gioca a giochi sconosciuti, che si fuma qualcosa in santa pace e che se ne sta sdraiata su coperte che devono aver vissuto giorni migliori: vuoi non fare due foto?
La scheda mi abbandona nell’unico momento in cui non avrebbe dovuto, privandomi, come sempre succede in questi casi, dello scatto della vita: sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.

Delhi, on the way to the Lotus Temple,

Esco dal parco e mi ritrovo alle prese con un serpentone di gente sopra un marciapiede: ecco dov’erano quei tutti, in coda davanti all’ingresso.
Eh.

Tiro un sospiro di rassegnazione e mi unisco alla comitiva: la fantomatica House of Worship si diverte a guardare da lontano.

Dev’essere questo che intendono quando dicono che la via della devozione è piena di ostacoli (e di “amici” pronti a dare una mano).

Cabiria Magni
Se fate il mio tragitto, consiglio outfit comodo [con scarpe da levare appena possibile]

5 pensieri su “Arrivare al Lotus temple: le mie solite peripezie”

  1. Eh, l’India … pensa che io, il solito ebete che gira per il mondo con il cervello spento, sono andato a visitare il Taj Mahal di DOMENICA mattina alle 10. Stranieri zero, in compenso il numero di indiani si avvicinava all’infinito. Ti dico io la fatica fatta in coda per non farsi passare davanti: in confronto i concerti metal frequentati da ventenne sembravano il dopolavoro ferroviario.

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      1. Uh guarda, quel giorno mi sentivo George Clooney … fossero stati solo i bambini in braccio! Foto su foto con padri di famiglia, ragazzi, comitive di persone … Tu lo sai che adesso in India c’è gente che guarda quelle foto e dice: “Ma tu pensa sto demente …”

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