Puerto Princesa: aspettando il bus. Filippine

Palawan col tifone – in viaggio verso El Nido

Questo è il primo dei tre racconti dedicati alla mia Palawan atipica, vissuta a braccetto del tifone Hagupit.

Quando si parte per andare dall’altra parte del mondo si cerca sempre di scegliere la stagione migliore, e poi ci si affida alla fortuna; nelle Filippine siamo stati fortunati a metà: ci siamo andati tra dicembre e gennaio, in teoria il momento perfetto, eppure…eppure ci siamo beccati un bel tifone!

In viaggio verso Puerto Princesa. Filippine
In viaggio verso Puerto Princesa

Hagupit è arrivato da lontano neanche troppo in silenzio, ha accarezzato le coste del sud-est e si è spinto verso nord-ovest, tagliando le Filippine fortunatamente senza fare tutti i danni del suo predecessore; quando da Manila ci siamo spostati a Palawan ce lo siamo portati appresso, e lui in cambio ha dato la sua impronta alla nostra permanenza sull’isola.

Per la Palawan da cartolina quindi, quella dei tour ABCDE delle isole dal mare cristallino, vi consiglio di fare un giro su qualche altro sito, qui si parla d’altro!

Siamo atterrati a Puerto Princesa in orario, e verso le 13 abbiamo preso uno dei pullman della speranza che nei nostri viaggi non mancano mai: dopo quasi nove ore eravamo a El Nido.

In aeroporto, il driver cui abbiamo chiesto di accompagnarci alla fermata del bus ci ha domandato se eravamo sicuri: le alternative migliori in effetti non mancavano.

Gli abbiamo detto di sì e lui ha fatto un sorriso, poi ha girato la chiave.

Puerto Princesa: aspettando il bus. Filippine
Puerto Princesa: aspettando il bus

Nel caso foste interessati, il viaggio in pullman è lungo perchè non esistono fermate: basta dire all’autista che si deve scendere e quello si ferma, come si ferma se vede qualcuno per strada col braccio alzato.

A parte noi e un’altra coppia di temerari, i viaggiatori erano tutti filippini che dalla città rientravano a casa, generalmente giovani donne con una manciata di figli e di bagagli.

E’ stato bello vedere come tutti si aiutavano: quando doveva scendere una di queste persone, l’autista aiutava a scaricare i bagagli, e a portarli sotto casa; la gente per strada faceva lo stesso, anche se stava passando di lì per sbaglio proprio in quel momento.

Capite perchè ci si mette il doppio? Se l’autista fa consegne a domicilio, e magari anche una chiacchieratina, è inevitabile.

Bagagli a bordo!
Bagagli a bordo!

Scrosci d’acqua inondavano il vetro, il fango della carreggiata a tratti pareva ingabbiare le gomme; sopra lo schermo, Thor prendeva a martellate chiunque, nel tentativo di proteggere il suo regno, e noi dentro ci sentivamo come su un altro pianeta, mentre il cielo iniziava a mettersi il vestito da sera.

Alle volte, le persone scendevano nel mezzo del nulla e si addentravano dentro la sterpaglia sotto il diluvio, e io non potevo fare a meno di pensare verso che tipo di case si stessero dirigendo.

Suonerà anche banale detta così, ma noi siamo fortunati, tantissimo.

Abbandonati Thor e un’altra serie di supereroi sconosciuti, è stata la volta del karaoke: parole incomprensibili scivolavano su una musica degna della miglior festa degli anni Ottanta, io mangiavo anacardi e mi aspettavo che Gazebo saltasse fuori da un momento all’altro a dichiarare il suo amore per Chopin.

Punti di vista privilegiati. Bus, Palawan
Punti di vista privilegiati

La pioggia intanto continuava a cadere e io mi chiedevo se davvero ci sarebbe stata una camera ad aspettarci all’arrivo: con le guesthouse ogni tanto mi è capitato di arrivare e sentire qualche “sorry, no more room”, soprattutto la sera tardi, dove tardi in certi posti vuol dire alle 21, non da pensare alla vida loca.

Appena arrivati alla nostra fermata, l’ultima, ci siamo infilati dentro al primo tricycle disponibile: El Nido e il suo paesaggio da cartolina ci aspettavano dentro il loro mantello di nuvole nere.

8 pensieri su “Palawan col tifone – in viaggio verso El Nido”

  1. “Abbandonati Thor e un’altra serie di supereroi sconosciuti, è stata la volta del karaoke: parole incomprensibili scivolavano su una musica degna della miglior festa degli anni Ottanta, io mangiavo anacardi e mi aspettavo che Gazebo saltasse fuori da un momento all’altro a dichiarare il suo amore per Chopin.”
    Deh! Ih! Ih! Oh! Uh! Uh!

    Sei un mito, Cabiria…

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  2. Forse non te ne sei accorta Cabiria ma hai scritto un post molto poetico, secondo me. Sembra un racconto di Marquez o Sepulveda ai confini del mondo conosciuto rappresentato dal bordo della strada, di quelle strade.

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