Sapa: una bellezza agrodolce

Sono arrivata a Sapa da Lao Cai, dopo aver attraversato il confine con la Cina; salendo verso le montagne, il caldo di un sole asciutto ha ceduto in fretta il passo a un cielo gonfio di umidità.

Le risaie di Sapa, Vietnam. Cabiria Magni

La prima impressione, girando per le vie alla ricerca di un posto per la cena, è stata quella di un gran bazar: i negozi con l’attrezzatura da trekking tarocca-ma-a-prezzi-europei non si contavano, così come i bar e i ristoranti.
Sui marciapiedi, i h’mong avvolti nei loro colori scintillanti mi tiravano per le braccia, nella speranza di strappare la promessa di un acquisto. Una speranza aggressiva, quasi incattivita, che mi ha messo una certa tristezza.
Una tristezza che mi ha riportata per un attimo a una scena già vissuta: mi sono rivista ad Alice Springs, alle prese con gli aborigeni. Alle volte, l’appartenenza a una minoranza sembra quasi sancire il diritto di concedersi qualsiasi atteggiamento, e mi rendo conto che è un diritto avallato dal senso di colpa (direi addirittura ancestrale) di chi si trova suo malgrado o per sua fortuna dalla parte dei più.

A Sapa i h’mong mi ci hanno mandata in più di un’occasione perchè mi sono rifiutata di comprare le loro chincaglierie per strada, o perchè, ancora peggio, mi sono rifiutata di pagare per una compagnia che non avevo richiesto durante il trekking.
Gli ifugao di Banaue (sì, di voli pindarici ne faccio parecchi, perdonatemi) a loro tempo si erano invece dimostrati beatamente indifferenti “all’invasione straniera”, ma può anche essere che questo atteggiamento fosse dettato da una scarsa consapevolezza del loro potenziale di marketing, passatemi il termine. Fatto sta che nel loro menefreghismo autentico li ho apprezzati.

La città di Sapa è uno di quei posti che hanno venduto l’anima all’accoglienza altrui, un po’ me l’aspettavo, le valli che la circondano, invece, sono di una bellezza disarmante.
Di terrazzamenti nei miei viaggi ormai ne ho visti un po’, e devo ammettere che il colpo d’occhio di Sapa contende il primo posto della mia personalissima classifica a quello delle risaie ad anfiteatro di Batad, nelle appena citate Filippine degli ifugao. 
Per ora, però, Batad rimane comunque salda in testa, non fosse altro che per la fatica nel conquistarla, che nei miei ricordi l’ha ormai resa unica.

Sapa, i terrazzamenti. Vietnam. Cabiria Magni

La mattina successiva il nostro arrivo siamo partiti presto per un trekking di 12km nelle risaie, il kway addosso: quando in un posto piove 300 giorni l’anno non vale neanche la pena raccomandarsi a qualcuno che conta. Poi tutto sommato ci è andata anche bene.

Wi-fi bar in Sapa, Vietnam. Cabiria Magni

Pranzare a Sapa, Vietnam. Cabiria Magni

Durante il trekking siamo passati attraverso vari villaggi, dove abbiamo trovato un po’ di tutto: il negozio di souvenir, la signora che cuce e se ne frega del resto del mondo, turisti più o meno infangati, h’mong più o meno colorati. Un pranzo.
E poi loro, immancabili, i soliti anglosassoni che fanno trekking con un paio di flip-flop di gomma ai piedi: li trovo ovunque e ancora non capisco come facciano, soprattutto in un posto come quello, dove a tratti si sprofonda nel fango anche oltre la caviglia. Tiri fuori il piede dalla melma e la ciabatta rimane 20 cm sotto, valla poi a recuperare.
A proposito: io avevo ai piedi le solite scarpe da trekking che prima o poi si ribelleranno, ma se posso darvi un consiglio, è decisamente meglio un paio di stivali di gomma, di quelli per la pioggia che in un qualsiasi Decathlon costano pochi euro e a Sapa invece una piccola fortuna.

H'mong a Sapa, Vietnam

Camminare per qualche ora in una vallata come quella è una delle cose che riconciliano col mondo. Abbiamo fatto il percorso con Van, una guida che ci ha raccontato come si svolge la vita nei villaggi che punteggiano i terrazzamenti e che alla fine della giornata ci ha invitati a casa sua in città, lontano dalle insegne scintillanti, dentro i vicoli di cemento e di ferro arrugginito.
Ci siamo infilati in viuzze nelle quali passa a fatica un motorino, strettoie interrotte solo da piccole aperture su vite altrui spesso compresse e incasinatissime, che hanno barattato la privacy a favore di una buona dose di pragmatismo.

La nostra guide per il trekking a Sapa, Vietnam
Van

Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo assaggiato un bicchiere di quello che ci è stato presentato dal nostro ospite come “Sapa wine” (benzina pura, tipo l’arak balinese), che ha lavato via la nostra fatica più di una doccia calda, e siamo saliti sul treno notturno per Hanoi, dove abbiamo chiuso gli occhi dentro una cabina che sembrava rubata al set de “Il treno per Darjeeling”. E’ che Adrien Brody non si è fatto vivo, neanche in sogno.
Il vagone ondeggiava clamorosamente sui binari in attesa che i nostri occhi si riaprissero al cospetto di un’altra meraviglia che ci avrebbe riservato il Vietnam: la baia di Ha Long. L’avremmo conosciuta di lì a poco, nello scintillio di uno dei suoi giorni migliori.

Il treno notturno per Hanoi. Cabiria Magni, Vietnam
Il treno notturno per Hanoi

 

7 pensieri su “Sapa: una bellezza agrodolce”

  1. Il tuo modo di scrivere è sempre molto coinvolgente…grazie per le storie che racconti e che mi fanno viaggiare quando sono a casa😊
    E Comunque questi anglosassoni con le infradito!! Ahahah li ho incontrati anche io spesso in situazioni simili…ma come si fa??!!

    Liked by 1 persona

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